MATRIMONIO CIVILE

La separazione coniugale

 

 

 

 

Sommario: 1) Considerazioni preliminari – 2) Tipologie di separazione  –  3) Effetti della presentazione del ricorso  –  4) Effetti della pronunzia di separazione – 5) Modificabilità dei provvedimenti – 6) Tutela degli obblighi conseguenti alla separazione – 7) Vicende successive alla separazione e relative conseguenze

 

 

1. Considerazioni preliminari 

                                                       

        Di origine canonica e recepito nell’ordinamento italiano già prima dell’introduzione del divorzio, l’istituto della separazione consiste nell’interruzione stabile ed effettiva della convivenza coniugale (art. 150 c.c.). Specie con riferimento alla separazione giudiziale (di cui si dirà al punto n. 2), sue cause ricorrenti sono quelle relative alla violazione dei fondamentali doveri del matrimonio, quali la fedeltà e l’assistenza morale e materiale, nonché quelle relative a maltrattamenti fisici o psicologici.

        Alla pari del divorzio, il ricorso alla separazione rappresenta un diritto personalissimo, indisponibile, non trasmissibile ed imprescrittibile, che spetta soltanto ai coniugi. Né ad esso è ammessa rinunzia con accordi preventivi di qualsiasi natura, come – ad esempio – quello di adottare l’esclusiva forma consensuale in caso di eventuale e futura separazione. In tale ipotesi, l’accordo sarebbe nullo (cfr. punto n. 5).

        Non entrano in qualità di parti nel giudizio di separazione gli eventuali figli minori, essendo rimessa la tutela dei loro interessi allo stesso giudice della separazione (cfr. punto n. 4), nel cui procedimento egli potrà comunque ascoltarli in qualunque momento, qualora ne ravvisi una effettiva necessità, tenendo comunque conto dell’età degli stessi.

 

 

2. Tipologie di separazione

 

        La separazione può essere di tre tipologie, di cui solo le prime due assumono rilevanza legale e conducono ad analoghe conseguenze (come descritte al punto n. 4):

  • Separazione giudiziale (art. 151 c.c.) È proposta con ricorso ad iniziativa di uno dei due coniugi, contenente l’esposizione dei fatti sui quali esso si fonda, al tribunale civile del luogo dell’ultima residenza coniugale ovvero del luogo ove il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio o, nel caso di irreperibilità o residenza all’estero di questi, del luogo ove si trova il ricorrente. Se entrambi i coniugi risiedono all’estero, può essere proposto a qualunque tribunale della Repubblica.
    Presupposti della separazione giudiziale sono costituiti dai fatti e dalle circostanze che determinano l’intollerabilità della convivenza coniugale e/o grave pregiudizio per l’educazione della prole, anche se non direttamente dipendenti dalla volontà dei coniugi. In particolare, in assenza di criteri oggettivi idonei a determinarla (ciò che può risultare, infatti, intollerabile per taluno potrebbe non esserlo per altri), l’intollerabilità va di norma valutata caso per caso, tenuto conto dell’indice di sensibilità media di una persona, dell’ambiente di appartenenza e di ogni altro elemento che possa risultare utile ad individuarla.
    Il procedimento instaurato in forma giudiziale si conclude con il provvedimento della sentenza, tramite la quale il tribunale accerta altresì, «ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio».
    La legge non precisa quali siano in concreto tali comportamenti (come invece erano tassativamente precisati in relazione al pregresso concetto di «colpa» previsto dal vecchio art. 151 vigente anteriormente alla Riforma del diritto di famiglia del 1975); ma deve, comunque, trattarsi di comportamenti che configurino violazioni di particolare gravità nei riguardi dei doveri coniugali (di cui agli artt. 143 e seguenti cod. civ.), perpetrati in modo cosciente e volontario, anche senza una specifica intenzione di nuocere all’altro coniuge, sia per il tramite di una condotta attiva che omissiva, tenuto altresì conto della loro frequenza nel tempo e, soprattutto, delle conseguenze negative che da essi possono derivare alla serenità e stabilità del rapporto familiare. La loro valutazione è, pertanto, rimessa al prudente e discrezionale giudizio del giudice, il quale – nella sua indagine – non deve ovviamente soppesare singoli episodi di conflittualità o di frattura, ma operare una valutazione unitaria e globale degli stessi, alla luce delle risultanze processuali.
    Sia ad istanza di parte che di ufficio, il tribunale può emanare sentenza non definitiva di separazione, nel caso in cui il processo debba continuare per la richiesta di addebito, per l’affidamento dei figli o per le questioni economiche.
    In qualunque stadio del procedimento e per concorde volontà dei coniugi, è comunque possibile trasformare la procedura da contenziosa in consensuale.
  • Separazione consensuale (art. 158 c.c.) È proposta con ricorso, per accordo congiunto dei coniugi, al tribunale civile del luogo di residenza o domicilio dell’uno o dell’altro. Tale accordo deve contenere, oltre al loro mutuo consenso a sospendere a tempo indeterminato l’obbligo della coabitazione, anche tutte le altre collegate pattuizioni, quali ad esempio: a) l’entità dell’eventuale assegno per alimenti e/o mantenimento a favore del coniuge economicamente più debole; b) le condizioni in ordine all’affidamento dei figli ed al loro mantenimento; c) le modalità di articolazione del diritto di visita agli stessi; d) l’assegnazione della casa familiare.
    Il procedimento instaurato in forma consensuale si conclude – in modo molto più celere e meno traumatico (e con minori costi) rispetto a quello in forma giudiziale – con il decreto di omologazione di detto accordo, previo controllo da parte del tribunale delle condizioni in esso proposte, onde verificarne la legittimità in relazione all’interesse della prole e suggerire le modifiche che ritenga eventualmente opportune. In mancanza, può rifiutare l’omologazione.      
    In tal ultimo caso non è possibile la trasformazione del rito da consensuale in giudiziale o contenzioso.
  • Separazione di fatto Si configura nell’interruzione della convivenza coniugale a seguito di un accordo informale (espresso o tacito) dei coniugi, non accompagnato da alcun provvedimento giudiziale di ratifica. Essa mantiene in vita (almeno formalmente) tutti i diritti e gli obblighi discendenti dal matrimonio, di cui all’art. 143 cod. civ.

        Sia in caso di ricorso giudiziale che consensuale, esso dovrà altresì: a)  indicare l’esistenza dei figli legittimi, legittimati o adottati durante il matrimonio; b) essere accompagnato dalle ultime dichiarazioni dei redditi dei separandi coniugi.

        Circa il potere di volontaria rappresentanza di cui essi possono avvalersi nella loro comparizione in tribunale innanzi al Presidente affinché questi effettui il previsto e preliminare tentativo di conciliazione, si rinvia a quanto illustrato in relazione al divorzio (punto n. 3), applicabile anche all’istituto della separazione.

 

 

3. Effetti della presentazione del ricorso

 

        Tra la proposizione del ricorso di separazione in tribunale e l’udienza di prima comparizione dei coniugi innanzi al Presidente finalizzata ad emanare i provvedimenti del caso, si determina tra i coniugi una fase di attesa, assimilabile ad una separazione di fatto, in cui permangono generalmente operativi quasi tutti gli obblighi discendenti dal matrimonio. In particolare, dal momento della proposizione del ricorso, sia in forma giudiziale che consensuale:

  • rimane sospeso l’obbligo della coabitazione;
  • rimane intatto l’obbligo della fedeltà coniugale;
  • rimane l’obbligo dell’assistenza morale e materiale, sebbene ridimensionato in relazione a quegli aspetti strettamente collegati alla coabitazione;
  • rimane ovviamente intatto ogni obbligo verso i figli.

 

4. Effetti della pronunzia di separazione          

 

        La pronuncia di separazione (sia giudiziale che consensuale) dà origine ad uno stato giuridico dei rapporti coniugali di carattere transitorio, che tale può rimanere a tempo indeterminato, oppure cessare con la riconciliazione o sfociare nel divorzio. Con essa viene ufficialmente meno l’obbligo della coabitazione e – di conseguenza – dell’assistenza, relativamente alle modalità in cui si articolerebbe in una stabile convivenza; come pure viene meno, sebbene con determinate cautele, l’obbligo della fedeltà, mentre permane quello del mantenimento degli eventuali figli (art. 155 c.c.) nonché del coniuge che «non abbia adeguati redditi propri», purché non sia a questi addebitabile la separazione, la cui entità è determinata in relazione «alle circostanze e ai redditi dell’obbligato» (art. 156 c.c.).

        L’adeguatezza – come avviene in relazione alla non dissimile disciplina sul divorzio – va ricondotta al tenore di vita tenuto dal coniuge economicamente più debole in costanza di matrimonio, affinché il deterioramento delle sue complessive condizioni economiche conseguente alla separazione possa essere in qualche misura e per quanto possibile riequilibrato, anche se non versi in uno stato di vero e proprio bisogno e sia, quindi, economicamente autosufficiente. Resta, comunque, fermo l’obbligo della prestazione degli alimenti al coniuge bisognoso e non autosufficiente, anche se sia a questi addebitabile la separazione.

        Le circostanze vanno ricondotte, invece, ad una pluralità di situazioni in grado di incidere sulla quantificazione dell’assegno nei riguardi del coniuge economicamente più debole, quali ad esempio: a) l’assegnazione a questi dell’abitazione familiare e le conseguenti maggiori spese per un alloggio alternativo a carico del coniuge obbligato; b) l’assistenza continuativa che egli riceva dal convivente «more uxorio»; c) le elargizioni che egli stabilmente riceva dalla propria famiglia d’origine; d) i proventi che egli abbia ricavato dalla vendita di beni. Tali situazioni o fattori, anche rapportati ai redditi dell’obbligato (intendendosi per tali tutte le sue complessive sostanze), possono ridimensionare l’entità dell’assegno per il coniuge richiedente ed, eventualmente, escluderlo del tutto. Per altro verso, neanche va sottovalutata l’attività domestica e la cura dei figli alle quali egli si sia stabilmente dedicato durante la convivenza coniugale.

        Alla luce di tali fattori e in caso di disaccordo tra i coniugi (come appunto si verifica in ipotesi di separazione giudiziale) il tribunale adotta i provvedimenti che ritiene più idonei: sia nei confronti del coniuge più bisognoso, sia nei confronti e nel primario interesse morale e materiale della prole, la quale ha il diritto di conservare rapporti equilibrati e continuativi con ciascun genitore, nonché rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

        In tale prospettiva, il tribunale valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori rimangano affidati ad entrambi i genitori (c.d. «affido condiviso» di cui alla Legge n. 54/2006), ovvero stabilisce a quale di costoro sia più opportuno affidarli, determinando in tal caso tempi e modalità della loro permanenza presso ciascun genitore, nonché la misura ed il modo con cui ciascuno di essi dovrà contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. A tal ultimo fine, il tribunale può anche disporre indagini tramite la polizia tributaria, per una più precisa cognizione della consistenza delle risorse finanziarie familiari. Ai citati provvedimenti si accompagna l’assegnazione della casa familiare, che spetta di preferenza al genitore affidatario. Entrambi i genitori continueranno comunque ad esercitare congiuntamente sui figli la loro potestà genitoriale, assumendo sempre di comune accordo ogni decisione di rilevante interesse per gli stessi (quali educazione, istruzione e salute), mentre per le decisioni di ordinaria amministrazione il giudice può stabilire che la potestà sia esercitata dai genitori separatamente.  

        Circa la decorrenza dell’assegno, esso decorre dal giorno della domanda giudiziale (cioè dal giorno della presentazione del ricorso di separazione o della riconvenzionale spiegata dal coniuge convenuto), in applicazione del fondamentale principio secondo il quale un diritto non può rimanere pregiudicato dal tempo occorrente per farlo valere in giudizio. Può essere corrisposto anche in forma mista, cioè parte in denaro e parte con il pagamento diretto di talune spese.

        Infine: il passaggio in giudicato della sentenza di separazione o del decreto di omologazione produce l’automatica cessazione del regime patrimoniale della comunione legale tra i coniugi (art. 191 c.c.), ferma restante la necessità della divisione degli eventuali beni comuni tramite specifici atti giudiziali o convenzionali. 

 

 

5. Modificabilità dei provvedimenti

 

        Dopo il passaggio in giudicato della sentenza di separazione o il rilascio del decreto di omologazione, sia i provvedimenti relativi ai coniugi tra loro sia quelli relativi ai figli sono sempre suscettibili di modifica da parte del competente tribunale a domanda di ciascuno di essi o di entrambi. Tra tali provvedimenti si annovera anche quello relativo al termine di rilascio della casa coniugale, qualora sia stato disposto.

        L’art. 156 cod. civ. richiede, a tal fine, la sopravvenienza di «giustificati motivi». In relazione ai coniugi, essi vanno individuati in una sensibile riduzione delle risorse economiche del coniuge obbligato ovvero in un sensibile incremento delle stesse da parte del coniuge beneficiario; in relazione ai figli, riguardano le condizioni preventivamente statuite circa il loro affidamento e il diritto di visita ai medesimi.

        Ne consegue che, sia in caso di separazione giudiziale che consensuale, sarebbero comunque nulli gli eventuali accordi preventivi tra i coniugi finalizzati alla rinuncia o alla limitazione di successive modifiche dell’assegno; come pure sarebbe nullo qualsiasi tipo di accordo finalizzato ad escludere i rapporti tra genitore e prole, ovvero ad escludere le sue facoltà di vigilanza e controllo sugli stessi previste dalla legge a favore del genitore non affidatario in caso di separazione.

 

 

6. Tutela degli obblighi conseguenti alla separazione

 

    Anch’essa è assicurata dalla normativa di cui all’art. 156 cod. civ., analoga a quella predisposta per l’istituto del divorzio (cfr. ivi, punto n. 7), al fine di evitare che il coniuge obbligato possa sottrarsi al mantenimento del coniuge e dei figli.

 

 

7. Vicende successive alla separazione e relative conseguenze

 

        La morte di uno dei coniugi durante lo stato di separazione produce conseguenze diverse a seconda del momento in cui essa si verifica:

  • se si verifica prima del passaggio in giudicato della sentenza, l’evento della morte è causa dello scioglimento del matrimonio ai sensi dell’art. 149 cod. civ. e, pertanto, determina la cessazione della materia del contendere relativa al giudizio di separazione;
  • se si verifica dopo il passaggio in giudicato della sentenza (cioè quando non è più possibile esperire alcun mezzo di impugnazione), parimenti l’evento della morte è causa dello scioglimento del matrimonio, ma restano in vita gli effetti già determinatisi, quali – ad esempio – l’esclusione dalla successione ereditaria del coniuge cui sia stata addebitata la separazione, fermo restante il suo diritto a ricevere: a) un assegno vitalizio, se al momento dell’apertura della successione già godeva di assegno degli alimenti a carico del coniuge deceduto e, comunque, in misura non superiore a tale ultimo; b) la pensione di reversibilità.
    In assenza di addebito, lo stato di separazione non determina invece alcuna conseguenza, in quanto i diritti successori del coniuge superstite separato sono gli stessi di quello non separato.

 

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