MATRIMONIO CIVILE

Profili generali

 

 

 

 

1. Cenni storici

 

        Il matrimonio civile fu introdotto per la prima volta in Europa con la Costituzione francese del 14 settembre 1791 ed organicamente poi disciplinato nel Codice Napoleonico del 1804. Sotto il suo influsso, esso si affermò successivamente nelle legislazioni di molti altri Stati europei e americani, suscitando però forti reazioni da parte della Chiesa cattolica, la quale, già esercitando piena potestà legislativa e di giurisdizione sul matrimonio, si riteneva ingiustamente defraudata di un potere detenuto sin dalle proprie origini in modo pressoché esclusivo e, comunque, sempre predominante nei confronti di quello politico già dai tempi dell’Impero Romano d’Occidente e progressivamente rafforzatosi nel corso dei secoli successivi, fino a rinvenire il momento di sua maggior forza espansiva con il Concilio di Trento (1545-63), che definì – tra l’altro – le necessarie forme legali al fine di una celebrazione di un valido matrimonio canonico.

        Il processo della cosiddetta «laicizzazione» del matrimonio, fondamentalmente informato ad un principio di separazione tra sfera civile e sfera religiosa che andava ormai da tempo progressivamente maturando, si affermò infine anche in Italia con la promulgazione del Codice civile del 1865, entrato in vigore il 1° gennaio 1866, con il quale fu introdotta la celebrazione del matrimonio civile quale unica forma di matrimonio valido per tutti i cittadini (art. 55 ss.). Anteriormente il Codice Albertino lo considerava, infatti, soltanto un atto di culto disciplinato e celebrato dalla Chiesa cattolica, improduttivo di effetti giuridici per l’ordinamento italiano, come d’altronde tale è rimasto fino al Concordato Lateranense stipulato l’11 febbraio 1929 tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano (allora Regno d’Italia), che diede origine al cosiddetto matrimonio concordatario (poi modificato dalle successive bilaterali intese del 1984). Conseguentemente, coloro che nel periodo di tempo ricompresso tra il 1866 e il 1929 avessero voluto un matrimonio giuridicamente efficace sia per lo Stato che per la Chiesa avrebbero dovuto effettuare due autonome e distinte celebrazioni: l’una innanzi all’ufficiale dello stato civile e l’altra innanzi ad un ministro del culto cattolico.

 

2. Disciplina attuale

 

        Attualmente, il matrimonio civile rinviene la sua disciplina nella Legge n. 151 del 19 maggio 1975 (c.d. «Riforma del diritto di famiglia»), che ha apportato sostanziali innovazioni alla normativa del Codice civile del 1942, anche in ossequio ai fondamentali e nuovi principi in materia nel frattempo delineati dalla Costituzione repubblicana del 1948, oltre che dai successivi interventi della Corte Costituzionale.

        Caducata, quindi, nella nuova concezione familiare qualsiasi tipo di subordinazione della moglie verso il marito, la concezione di «capo-famiglia» a costui attribuita e la conseguente «patria potestà» sui figli una volta delegata al solo padre, nonché qualsiasi discriminazione tra figli legittimi e naturali, il matrimonio civile si rinviene ora improntato al principio della totale e concorrente parità giuridica e morale dei coniugi, in capo ai quali sorgono in ugual misura diritti e doveri reciproci.

        Sia il precedente Codice del 1865 che quello vigente del 1942 non offrono una definizione giuridica del matrimonio e, pertanto, essa va dedotta dall’interpretazione della complessiva disciplina relativa ai requisiti della validità del vincolo e agli effetti che dallo stesso scaturiscono. Esso è l’istituto giuridico tramite il quale due persone, di diverso sesso e in possesso dei requisiti richiesti dalla legge italiana, ufficializzano liberamente e volontariamente davanti ad un ufficiale dello stato civile (Sindaco o suo delegato) e alla presenza di due testimoni il loro legame finalizzato alla formazione di una famiglia, cioè di un nucleo familiare potenzialmente stabile, spesso comprensivo anche di figli. Trattasi di un diritto fondamentale della persona, riconosciuto, garantito e protetto innanzitutto dalla Costituzione italiana, laddove afferma che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», il quale – come già si accennava – «è ordinato alla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi» (art. 29).  

        In approfondimento di quanto detto, si può pertanto così schematicamente distinguere circa il matrimonio civile:

 

a)   Requisiti per la celebrazione

  • Età minima (o capacità giuridica) (art. 84 c.c.) È di anni 18 sia per l’uomo che per la donna, riducibile per gravi motivi ad anni 16 con decreto del Tribunale per i minori.
  • Sanità mentale (o capacità naturale) (art. 85 c.c.) Consiste nel pieno possesso della capacità di intendere e di volere, con conseguente divieto di contrarre matrimonio a chi possa trovarsi in stato di dichiarata interdizione giudiziale.
  • Libertà di stato (art. 86 c.c.) Consiste nell’assenza di un precedente e perdurante vincolo matrimoniale, il quale – se presente – costituirebbe impedimento inderogabile al matrimonio.
  • Assenza di determinati vincoli (art. 87 c.c.) Riguardano i vincoli di parentela, affinità, adozione e affiliazione, i quali costituirebbero altrettanti impedimenti inderogabili al matrimonio qualora presenti, tranne la possibilità di dispensa da parte del tribunale ordinario in relazione a taluni di essi.
  • Assenza del c.d. «impedimentum criminis» (art. 88 c.c.) Consiste nel divieto di contrarre matrimonio tra loro a quelle persone delle quali l’una sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra; ne consegue che la consumazione di taluno di tali delitti costituirebbe impedimento inderogabile al matrimonio.
  • Decorso del lutto vedovile (art. 89 c.c.) Consiste nell’attesa di almeno trecento giorni da parte della donna che vuol passare a nuove nozze a seguito dello scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili del suo precedente matrimonio, tranne che intervenga dispensa da parte del tribunale ordinario.
  • Consenso (art. 107 c.c.) Esso è l’elemento fondamentale e costitutivo del matrimonio (come lo è anche per il matrimonio canonico) e consiste in una libera dichiarazione di volontà che gli sposi si scambiano innanzi alla competente autorità civile per costituire tra loro il vincolo coniugale, accettandone tutte le correlative obbligazioni stabilite dalla legislazione italiana. Tale dichiarazione non può essere sottoposta a termini o condizioni di sorta.

 

b)  Adempimenti per la celebrazione

  • Promessa di matrimonio (artt. 79-81 c.c.) Consiste in una libera dichiarazione che precede la celebrazione del matrimonio, fatta con atto pubblico o scrittura privata, con la quale i futuri sposi si impegnano reciprocamente a diventare marito e moglie, ma non è vincolante ai fini della successiva celebrazione. Tuttavia, il promittente, che successivamente receda senza giustificato motivo, è tenuto alla restituzione dei doni eventualmente ricevuti dall’altra parte in vista delle nozze ed al risarcimento dei danni in relazione alle spese da quest’ultima sostenute e alle obbligazioni contratte a causa di quella promessa, ma entro il limite in cui esse corrispondano alla condizione economica e sociale delle parti promittenti.
  • Pubblicazioni (artt. 93-101 c.c.) Consistono in un necessario procedimento amministrativo che precede la formazione del vincolo, finalizzato a darne pubblica notizia e consentire, in tal modo, a chiunque interessato di proporre opposizione ove sussistano impedimenti legali. Si effettuano, su richiesta di entrambi gli sposi o di un loro procuratore speciale, a cura dell’ufficiale dello stato civile mediante affissione di un atto per almeno otto giorni consecutivi, comprensivi di due domeniche, alla porta della casa comunale del Comune (o dei Comuni) di residenza degli sposi stessi, nel quale devono essere indicate le generalità di costoro e dei loro genitori (salvo i casi in cui la legge vieti quest’ultima menzione), nonché il luogo in cui si intende celebrare il matrimonio. Se nulla si oppone alla celebrazione, il matrimonio potrà essere celebrato non prima del quarto giorno dopo compiuta la pubblicazione e non oltre i successivi centottanta, decorsi inutilmente i quali le pubblicazioni si considereranno come non avvenute ed andranno se del caso ripetute.
    Su istanza degli interessati e per «gravi motivi», il tribunale può tuttavia ridurre il termine per le pubblicazioni; qualora sussistano «cause gravissime», può anche dispensare dalle stesse, previo giuramento da parte degli sposi che non si frappone alla celebrazione alcuno degli impedimenti previsti dagli artt. 85, 86, 87, 88 e 89 cod. civ. (cfr. sopra, punto 2/a).
    Le pubblicazioni possono essere, altresì, omesse in caso di «imminente pericolo di vita» di taluno degli sposi. In tal caso l’ufficiale dello stato civile, previo giuramento da parte degli stessi circa l’assenza di impedimenti inderogabili al matrimonio, può procedere alla celebrazione.

c) Effetti del matrimonio

        Il matrimonio fa nascere in capo ai coniugi i medesimi e reciproci diritti e doveri, tutti collocabili sul medesimo piano e senza, perciò, alcuna posizione di priorità dell’uno sull’altro. Essi vanno fondamentalmente così  individuati (artt. 143, 144, 147 e 148 c.c.):

  • Coabitazione
  • Fedeltà coniugale
  • Assistenza morale e materiale
  • Educazione e istruzione della prole

        Ne consegue che entrambi i coniugi, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e capacità di lavoro sia professionale che casalingo, devono collaborare e contribuire alle complessive necessità familiari, nell’ambito di un rapporto reciprocamente informato ad affetto, solidarietà e fedeltà, comprensivo di rapporti sessuali commisurati all’età e alla salute degli stessi.

        L’indirizzo della vita familiare e la fissazione della relativa residenza sono stabiliti di comune accordo tra di loro, tenuto conto delle rispettive esigenze e di quelle superiori della famiglia stessa. In mancanza di tale accordo, ciascuno dei coniugi può chiedere l’intervento del giudice e questi, qualora non sia possibile raggiungere una soluzione concordata con gli stessi, adotterà quella che riterrà più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita familiare.  

        Inoltre, ad entrambi i coniugi è demandato in misura paritaria l’esercizio della potestà sui figli (c.d. «potestà bigenitoriale»), da considerarsi non più soggetti passivi di essa potestà, bensì soggetti meritevoli di specifica considerazione e, pertanto, da mantenere, istruire ed educare senza disattendere le loro  personali e specifiche capacità, inclinazioni ed aspirazioni. Tale obbligo genitoriale si protrae anche dopo la maggiore età dei figli, fin quando costoro non siano in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze, a meno che il mancato conseguimento di una personale autonomia dipenda da loro colpa.

 

d) Regime patrimoniale familiare

    Con tale terminologia si intende quel complesso di norme che regolano le spettanze ed i poteri dei coniugi in ordine all’acquisto ed alla gestione dei loro beni. Tale normativa prevede i seguenti regimi patrimoniali che possono essere adottati:

  • Comunione legale dei beni (art. 159 c.c.) Rappresenta il regime legale ordinario dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, il quale – in mancanza di un loro diverso ed esplicito accordo – si stabilisce in via automatica all’atto della celebrazione del matrimonio.
    Fanno parte della comunione: tutti i beni acquistati congiuntamente o separatamente dai coniugi durante il matrimonio (ed a costoro appartengono in parti uguali); i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione; i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati; le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio; gli utili e gli incrementi di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio, ma gestite da entrambi.
    Restano, invece, esclusi dalla comunione: i beni di cui ciascun coniuge era titolare già prima del matrimonio; i beni acquisiti da taluno dei coniugi per successione o donazione (tranne che siano stati in tali atti espressamente attribuiti alla comunione); i beni di uso strettamente personale; i beni che servono all’esercizio di una professione; i beni ottenuti a titolo di risarcimento danni; la pensione per la perdita totale o parziale della capacità lavorativa; i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento di beni personali o con il loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto.
    La comunione si scioglie nei seguenti casi: per morte di uno dei coniugi; per dichiarazione di assenza o morte presunta di uno dei coniugi; per divorzio; per separazione personale; per annullamento del matrimonio; per fallimento di uno dei coniugi; per separazione giudiziale dei beni; per accordo convenzionale tra i coniugi circa il mutamento del regime di comunione.
  • Comunione convenzionale (artt. 210-211 c.c.) Si costituisce mediante un espresso accordo (o convenzione) tra i coniugi, tramite il quale essi stabiliscono un regime patrimoniale teso a disciplinare in modo diverso l’ordinario regime di comunione legale. In particolare, con tale convenzione possono rientrare in comunione: i beni acquisiti primi del matrimonio; i beni ricevuti per donazione o successione; i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento di beni personali. Tale regime necessita di essere sancito mediante atto pubblico.
  • Separazione legale dei beni (art. 215 c.c.) Si costituisce anch’essa tramite espresso accordo tra i coniugi, tramite il quale ciascuno conserva la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio. Nulla vieta che essi possano, tuttavia, acquistare taluni beni in comunione. Tale regime di separazione può essere dichiarato al momento della celebrazione del matrimonio e annotato a margine dell’atto di matrimonio stesso, oppure stipulato successivamente mediante atto pubblico, parimenti da annotare a margine dell’atto di matrimonio.
  • Fondo patrimoniale (artt. 167-177 c.c.) È formato da un complesso di beni immobili, beni mobili registrati o anche titoli di credito finalizzato a soddisfare esclusivamente i bisogni della famiglia. Tale vincolo di destinazione comporta una specifica disciplina in materia di amministrazione ed alienazione dei beni di cui il fondo è composto. Si costituisce con atto pubblico su accordo di entrambi i coniugi o per volontà di uno solo di essi, ovvero per volontà di un terzo, anche per testamento. La destinazione del fondo termina a seguito della dichiarazione giudiziale di annullamento o nullità del matrimonio o del divorzio coniugale.


e) Modificazioni dello stato coniugale

        Sebbene il matrimonio civile sia finalizzato a costituire un consorzio di vita coniugale essenzialmente stabile e duraturo, tuttavia i suoi effetti possono subire successive modificazioni in sede giudiziaria (ad esclusione di quelli riguardanti i figli minori o comunque non autosufficienti), qualora intervenga domanda di separazione personale e/o di divorzio ad esclusiva iniziativa di entrambi i coniugi o di taluno di essi, ovvero domanda di nullità o annullamento per motivi di invalidità assoluta o relativa, ad iniziativa di chi sia legittimato all’azione nei casi contemplati dalla legge e nel rispetto dei termini rispettivamente stabiliti.

        Per l’esame di questi singoli istituti si rinvia alle rispettive sezioni qui trattate, ove se ne riportano le note essenziali e caratterizzanti (cfr. SeparazioneDivorzioInvalidità).

 

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