MATRIMONIO CIVILE

Invalidità

 

 

 

 

1. Motivi di invalidità

 

        Si considera invalido un matrimonio sorto in modo irregolare, a causa di qualche vizio antecedente o concomitante alla sua celebrazione. Il Codice civile contempla tassative ipotesi di invalidità del vincolo matrimoniale, talune delle quali determinano la sua nullità assoluta, altre la sua annullabilità, a seconda della loro maggiore o minore gravità. Circa le prime, la relativa azione in sede processuale non è soggetta a prescrizione e può essere fatta valere in qualsiasi tempo, mentre per le seconde si prescrive con il decorso dei termini legislativamente stabiliti caso per caso.

        Il matrimonio civile è, pertanto, invalido qualora esso sia stato celebrato in presenza di: 

  • Impedimenti (artt. 84-89 c.c.) Si configurano allorquando il matrimonio sia stato celebrato in violazione di taluno dei requisiti espressamente richiesti per la sua celebrazione (cfr. Matrimonio civile – Profili generali, n. 2/a), ad eccezione del requisito della dispensa giudiziaria richiesta durante il periodo del lutto vedovile, che produce semplice irregolarità dell’atto e non la sua nullità o annullabilità.
  • Violenza (art. 122 c.c.) Si configura quando il consenso al matrimonio sia stato estorto con violenza, cioè tramite minaccia di un male ingiusto e notevole (anche proveniente da un terzo), in modo da coartare la volontà di una persona; ovvero sia stato determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne agli sposi.
    Ad esempio: nel primo caso si configura violenza qualora taluno sia stato indotto al matrimonio a seguito delle reiterate minacce di suicidio della madre; nel secondo caso qualora il matrimonio sia apparso quale unica soluzione per sottrarsi a persecuzioni politiche o razziali.
    In sede giudiziaria, l’azione finalizzata ad ottenere l’annullamento del matrimonio non può essere proposta se vi sia stata coabitazione per un anno dopo che siano cessate le cause che hanno determinato la violenza o il timore.
  • Errore (art. 122 c.c.) Si configura quando il consenso al matrimonio sia stato dato per effetto di errore sull’identità fisica dell’altro coniuge oppure di errore essenziale circa determinate qualità personali di questi, nel senso che il coniuge caduto in errore non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute.
    Precisamente, l’errore deve riguardare taluna delle seguenti tassative circostanze: a) l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o di una deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale; b) l’esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a cinque anni, salvo il caso di intervenuta riabilitazione prima della celebrazione del matrimonio; c) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale; d) la condanna dell’altro coniuge per delitti concernenti la prostituzione ad una pena non inferiore a due anni; e) lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto caduto in errore, purché vi sia stato disconoscimento ai sensi dell’art. 233 cod. civ., se la gravidanza è stata portata a termine.
    In sede giudiziaria, l’azione finalizzata ad ottenere l’annullamento del matrimonio non può essere proposta se vi sia stata coabitazione per un anno dopo che sia stato scoperto l’errore.
  • Simulazione (art. 123 c.c.) Si configura quando gli sposi abbiano convenuto tra di loro di non instaurare alcuna comunione di vita coniugale e, pertanto, di non adempiere agli obblighi e di non esercitare i diritti discendenti dal matrimonio, considerando lo stesso soltanto come uno strumento per conseguire determinate utilità di carattere accessorio.
    Ad esempio: si configura simulazione qualora con il matrimonio si intenda perseguire esclusivamente il conseguimento della cittadinanza (dal 1983 tuttavia non più automatico con l’acquisto dello stato coniugale), il diritto ad una futura pensione di reversibilità, ovvero soddisfare semplici ragioni di convenienza familiare o sociale.
    In sede giudiziaria, l’azione per l’annullamento del matrimonio può essere proposta entro un anno dalla celebrazione e a condizione che, in tale periodo, gli sposi non abbiano convissuto come coniugi.
    Dalla simulazione va distinta la «riserva mentale», che si configura allorquando taluno dei coniugi, pur esprimendo esteriormente il proprio consenso nuziale, avanzi nella sua sfera interiore qualche riserva in ordine al matrimonio. Tale circostanza non influenza tuttavia la validità del consenso espresso e non ha, quindi, alcuna rilevanza giuridica per l’ordinamento italiano, per il quale assume valore solo la volontà dichiarata (diversamente da quanto avviene nell’ordinamento canonico, che attribuisce valore alla volontà e non alla dichiarazione: cfr. Matrimonio canonico – Vizi del consenso).

 

2. Effetti della dichiarazione di invalidità (c.d. «matrimonio putativo»)

 

        Per effetto dell’annullamento o della dichiarazione di nullità del matrimonio, i coniugi riacquistano il loro stato libero con effetto retroattivo, come se il matrimonio non fosse stato celebrato. Tuttavia, gli effetti del matrimonio valido o putativo (cioè del matrimonio che taluno dei coniugi o entrambi reputavano valido) si producono fino al momento della pronuncia giudiziale nei seguenti casi (art. 128 cod. civ.):

  • Riguardo ai coniugi Qualora entrambi lo abbiano celebrato in buona fede (cioè ignorando l’esistenza di una causa di nullità), oppure quando il loro consenso sia stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne agli sposi. In tal caso il tribunale può disporre a carico di uno di essi e per un periodo di tempo non superiore a tre anni l’obbligo di corrispondere all’altro un assegno periodico per alimenti, se questi non abbia redditi adeguati e non sia passato a nuove nozze.
    Qualora, invece, uno solo dei coniugi abbia celebrato il matrimonio in buona fede, gli effetti del matrimonio putativo si producono solo in suo favore. In tal caso questi ha diritto ad ottenere: a) una congrua indennità (che non può superare il mantenimento per tre anni) dal coniuge cui sia imputabile la nullità del matrimonio o dal terzo eventualmente responsabile; b) gli alimenti, in assenza di altri coobbligati.
    Qualora entrambi i coniugi avessero celebrato il matrimonio in mala fede, tra di loro non si producono gli effetti del matrimonio putativo.
  • Riguardo ai figli Il matrimonio putativo produce gli stessi effetti del matrimonio valido nei confronti di costoro, tanto nel caso in cui siano nati durante il matrimonio, quanto nel caso in cui siano nati prima del matrimonio e riconosciuti prima della sentenza che ne abbia dichiarato l’invalidità.
    Qualora, invece, i coniugi abbiano celebrato il matrimonio in mala fede (cioè consapevoli della sua nullità), esso ha comunque nei confronti dei figli lo stesso effetto del matrimonio valido, a meno che l’invalidità dipenda da bigamia o incesto. In tale ipotesi costoro assumono lo stato di figli naturali riconosciuti, nei casi in cui il riconoscimento è consentito.

 

Home Notizie personali Eventi Giurisprudenza Info utili Info legali Consulenze