MATRIMONIO CIVILE

Il divorzio

 

 

 

 

Sommario: 1) Introduzione del divorzio in Italia – 2) Cause determinative del divorzio – 3) Tipologie di divorzio –  4) La sentenza di divorzio e i suoi effetti – 5) Provvedimenti accessori della sentenza di divorzio – 6) Modificabilità dei provvedimenti – 7) Tutela degli obblighi conseguenti al divorzio – 8) Vicende successive al divorzio e relative conseguenze

 

 

1. Introduzione del divorzio in Italia

 

        Introdotto una prima volta nell’Italia pre-unitaria durante la dominazione francese, l‘istituto del divorzio rimase in vigore solo qualche anno nei suoi singoli Stati, peraltro scarsamente praticato e, per di più, avversato dai giuristi dell’epoca, che lo consideravano contrario ai costumi e alle tradizioni cattoliche italiane. Abolito, quindi, nel periodo della Restaurazione e falliti numerosi successivi tentativi di reintrodurlo legislativamente nella vigenza del Codice civile del 1865 (con il quale fu introdotto il matrimonio civile), l’istituto del divorzio ha trovato infine stabile collocazione nella legislazione italiana con la Legge n. 898 del 1° dicembre 1970 (su una combinata proposta dei deputati Fortuna e Baslini nel 1968), precisamente intitolata «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio». Essa ne prevedeva (e ne prevede) l’applicazione non solo per i matrimoni celebrati con il rito civile, ma anche (seppur con una formula diversa) per quelli celebrati con rito religioso innanzi ad un ministro di culto e trascritti nell’ordinamento statale ai fini civili.

        Ciò generò consequenziali e dure proteste da parte della Chiesa cattolica nei confronti dello Stato italiano, in considerazione delle intese tra loro stipulate nel 1929 con la sottoscrizione del Concordato Lateranense, con il quale lo Stato non solo accordava efficacia ai fini civili al vincolo matrimoniale sorto in ambito canonico (considerato indissolubile dalla Chiesa), ma riconosceva anche l’esclusività della giurisdizione ecclesiastica a giudicare all’occorrenza su di esso e a dichiararne, quindi, sia l’eventuale invalidità che lo scioglimento per inconsumazione, parimenti ammessi a conseguire effetti civili (e in maniera – a quel tempo – del tutto automatica, senza necessità di domanda di parte); intese, peraltro, successivamente recepite dall’art. 7 della Costituzione italiana del 1948, unitamente al divieto della loro modificazione non concordata preventivamente con la Santa Sede.               

        Investita perciò della questione la Corte costituzionale, con due successive pronunce (l’una nel 1971 e l’altra nel 1973) essa dichiarò la legittimità della legge sul divorzio, in virtù della piena autonomia di disposizione attribuita allo Stato su qualunque vincolo matrimoniale rilevante sotto il profilo civilistico; nel contempo precisando che gli impegni di natura concordataria da questi assunti con la Chiesa cattolica nel 1929 fossero da ricondurre al riconoscimento del solo momento formativo del matrimonio sorto in ambito canonico, senza incidere affatto sulle sue eventuali vicende successive, legislativamente assoggettabili alla esclusiva regolamentazione statale.

        Infine, nei giorni 12 e 13 maggio 1974, su richiesta di un ampio settore dell’opinione pubblica che ne sollecitava l’abrogazione, la neonata legge sul divorzio fu sottoposta a referendum popolare (il primo svolto nell’Italia repubblicana), il cui esito fu a larga maggioranza negativo. Nel corso degli anni successivi sono altresì intervenute talune significative innovazioni in materia, in particolare ad opera della Legge n. 74 del 6 marzo 1987, la quale ha – tra l’altro – ridotto il termine minimo ad anni tre per poter proporre domanda di divorzio a seguito della pronuncia di separazione, originariamente previsto in anni cinque, elevabile fino ad anni sei o sette in caso di opposizione del coniuge convenuto

        Pertanto, alla precedente formulazione dell’art. 149 del Codice civile del 1942 (secondo il quale «il matrimonio non si scioglie[va] che con la morte di uno dei due coniugi»), il nuovo art. 149 così attualmente dispone: «Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge», altresì prevedendo la possibile cessazione degli effetti civili circa il matrimonio celebrato in forma religiosa (sia davanti ad un ministro del culto cattolico che di altre confessioni religiose di minoranza) e regolarmente trascritto nell’ordinamento statale.

 

 

2. Cause determinative del divorzio                

 

        Il divorzio è caratterizzato dalla irreversibile dissoluzione del rapporto coniugale, da intendersi quale presupposto fondamentale e necessario per la presentazione della relativa domanda in sede giudiziaria, ad esclusiva iniziativa di taluno o entrambi i coniugi, trattandosi – come per la separazione legale – di un diritto personalissimo, intrasmissibile ed imprescrittibile.

        Ricorrendo, quindi, tale essenziale e preliminare condizione, le cause (cui fa riferimento il citato art. 149 c.c.) che possono determinare una pronuncia giudiziale di divorzio sono tassativamente quelle indicate nella predetta novellata Legge n. 898/70 (art. 3) e cioè:

  • condanna penale del coniuge, con sentenza passata in giudicato dopo il matrimonio, all’ergastolo ovvero ad una pena superiore a 15 anni di reclusione per uno o più delitti non colposi, tranne che per i delitti politici e per quelli in cui ricorra l’attenuante di particolare valore morale e sociale;
  • condanna penale del coniuge, con sentenza passata in giudicato dopo il matrimonio, a qualsiasi pena per il delitto di incesto e per quelli contro la libertà sessuale; ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione;
  • condanna penale del coniuge, con sentenza passata in giudicato dopo il matrimonio, a qualsiasi pena per omicidio volontario in danno di un figlio o per tentato omicidio in danno di un figlio o del coniuge;
  • condanna penale del coniuge, con due o più sentenze passate in giudicato dopo il matrimonio, per i delitti di lesioni personali gravissime, violazione degli obblighi di assistenza familiare, maltrattamenti o circonvenzione d’incapace in danno dell’altro coniuge o di un figlio;
  • assoluzione per vizio totale di mente dagli anzidetti delitti di incesto, contro la libertà sessuale, omicidio e tentato omicidio; ovvero, in caso di estinzione del procedimento penale, se il giudice civile accerti che i fatti commessi integrano gli estremi di tali delitti; ovvero, per il delitto di incesto, nel caso di assoluzione per mancanza di pubblico scandalo;
  • separazione coniugale risultante da sentenza passata in giudicato o dall’omologazione della separazione stessa, protrattasi ininterrottamente per almeno tre anni dalla comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale per i provvedimenti temporanei ed urgenti (tale termine deve essere già decorso al momento del deposito della domanda di divorzio nella cancelleria del tribunale);                                    
  • l’altro coniuge, cittadino straniero, abbia ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o, comunque, abbia ivi contratto nuove nozze;
  • mancata consumazione del matrimonio;
  • passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di attribuzione del sesso.

 

3. Tipologie di divorzio                             

 

        La domanda di divorzio, che deve contenere gli elementi di fatto e di diritto sui quali essa si fonda, può essere di due tipologie:

  • Divorzio giudiziale È proposto con ricorso, ad iniziativa di uno dei due coniugi, presso il tribunale civile del luogo ove il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio o, nel caso di irreperibilità o residenza all’estero di questi, del luogo ove si trova il ricorrente. Se entrambi i coniugi risiedono all’estero, può essere proposto a qualunque tribunale della Repubblica. Alla prima udienza i coniugi devono comparire personalmente innanzi al Presidente del tribunale, affinché questi li ascolti e tenti di conciliarli. Tuttavia, ricorrendo «gravi e comprovati motivi» che rendano particolarmente gravosa la comparizione e non siano superabili nel breve periodo (ad es.: ragioni di salute, di lontananza, ecc.), essa può avvenire – previa autorizzazione del tribunale – anche tramite un rappresentante munito di procura speciale. Se detto tentativo fallisce o non può essere eseguito, il Presidente, dopo aver eventualmente ascoltato – solo se «strettamente necessario» – anche i figli minori, emette con ordinanza i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga più opportuni nel caso specifico, disponendo contestualmente per il prosieguo istruttorio della causa, salvo che i coniugi riescano a raggiungere un accordo sulle condizioni del divorzio.
  • Divorzio congiunto È proposto con ricorso, ad iniziativa congiunta dei coniugi, presso il tribunale civile del luogo di residenza o domicilio dell’uno o dell’altro, qualora non vi siano contrasti sia circa la regolamentazione dei loro rapporti economici sia circa le condizioni inerenti la prole. Se invece il tribunale, dopo aver assunto ogni utile elemento probatorio, ravvisi che le condizioni prospettate dai coniugi siano in contrasto con l’interesse dei figli, trasforma il rito da consensuale in giudiziale; analogamente avviene se il consenso sia revocato da taluno dei coniugi. Si ritiene che la facoltà di comparizione a mezzo di procuratore speciale sia riservata ai coniugi anche in caso di ricorso congiunto, pur non essendo espressamente prevista dal dettato legislativo per tale tipologia di ricorso. Sempre in ipotesi di ricorso congiunto, rimane facoltativo il tentativo di conciliazione coniugale da parte del Presidente del tribunale, stante l’assenza di un’esplicita previsione legislativa anche su tale aspetto procedurale.

 

4. La sentenza di divorzio e i suoi effetti

 

        La pronuncia giudiziale che conclude il procedimento di divorzio viene emessa con sentenza, sia in caso di ricorso giudiziale che congiunto; in tal ultimo caso l’itinerario processuale sarà ovviamente molto più rapido, come si verifica nella separazione consensuale. Con essa il tribunale, accertata la sussistenza di una delle cause sopra elencate al punto n. 2 (di cui la più frequente è ovviamente quella del decorso del termine triennale dalla preventiva pronuncia di separazione) nonché dell’irreversibile frattura del rapporto coniugale, dichiara:

  • lo scioglimento del matrimonio, se esso sia stato celebrato in forma civile;
  • la cessazione degli effetti civili del matrimonio, se esso sia stato celebrato in forma religiosa, cui sia seguita trascrizione nei registri dello stato civile. In questo secondo caso, la sentenza di divorzio non produrrà alcun effetto sul vincolo religioso (ad esempio, quello canonico), che continuerà a rimanere in vigore solo nell’ordinamento confessionale di origine (salvo che ivi se ne dichiari la nullità secondo i presupposti e le procedure in esso stabiliti), ma senza produrre più alcuna conseguenza nell’ordinamento statale.

        Al tempo stesso il tribunale ordina che la sentenza, dopo il suo passaggio in giudicato, sia trasmessa dalla cancelleria del tribunale all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio è stato trascritto al fine della relativa annotazione. Da tale giorno hanno effetto lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili. 

        Inoltre, analogamente a quanto previsto nel procedimento di separazione giudiziale ed al fine di una sollecita decisione almeno sullo stato personale delle parti, il tribunale può emettere sentenza non definitiva di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio (anch’essa da trasmettere allo stato civile per la relativa annotazione), in attesa che venga poi decisa ogni altra questione che richieda indagini istruttorie (ad esempio, circa l’entità dell’assegno divorzile).                          

        Diversamente dalla pronuncia di separazione, la sentenza di divorzio dà origine ad uno stato giuridico di definitività, che non contempla l’ipotesi di una riconciliazione coniugale, la quale può essere all’occorrenza legalmente sancita solo attraverso un nuovo matrimonio tra le stesse parti. Cessa quindi lo stato coniugale e, di conseguenza, cessano anche i suoi effetti personali e patrimoniali. In particolare:

  • i coniugi mutano il loro stato civile, con la conseguente possibilità di poter contrarre nuove nozze;
  • la donna perde il cognome del marito, a meno che sia autorizzata dal tribunale a conservarlo, aggiungendolo al proprio, qualora sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela;
  • il coniuge, al quale non spetti l’assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell’ente mutualistico da cui è assistito l’altro coniuge;
  • salvo talune ed eventuali eccezioni (di cui al successivo punto n. 5), vengono meno tra i coniugi tutti i diritti e gli obblighi discendenti dal matrimonio, quali: a) la perdita dei diritti successori; b) lo scioglimento della comunione legale, qualora esso non sia già intervenuto al momento della separazione; c) la cessazione del fondo patrimoniale.  

 

5. Provvedimenti accessori della sentenza di divorzio

 

        Come si accennava al punto precedente, con la pronuncia di divorzio possono a volte permanere taluni diritti ed obblighi di carattere patrimoniale, i quali – in caso di disaccordo tra i coniugi – vanno definiti dal tribunale con specifici provvedimenti, nella cui determinazione vanno considerati criteri sostanzialmente analoghi a quelli stabiliti per la separazione: sia riguardo ai figli sia riguardo al coniuge avente diritto.

a) Riguardo ai figli

        Va innanzitutto precisato che il mantenimento loro dovuto trova il suo naturale fondamento nel rapporto di filiazione, che è lasciato integro dal divorzio dei genitori e, perciò, tutti i relativi obblighi giuridici esistenti a carico di costoro sono gli stessi di quelli vigenti in costanza di matrimonio, anche in caso di loro nuove nozze. Ne consegue che il tribunale, pur tenendo conto dell’eventuale accordo raggiunto tra i divorziandi, può emanare con la sua decisione finale provvedimenti diversi da quelli prospettati, con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale dei figli, che rimane sempre prioritario e prevalente.

        Pertanto, stabilito l’affidamento dei figli minori all’uno o all’altro genitore, oppure – ricorrendone le condizioni – in modo congiunto tra gli stessi, il tribunale determina la misura e il modo con cui il genitore non affidatario deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli, prevedendo anche un criterio di adeguamento automatico del relativo assegno, almeno rapportato agli indici di svalutazione monetaria; determina altresì le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con i figli stessi (cioè il cosiddetto «diritto di visita»). Salvo diversa disposizione del tribunale, le decisioni più importanti riguardanti i figli sono adottate da entrambi i genitori.

        Inoltre, la casa coniugale spetta di preferenza – come nella separazione – al genitore affidatario dei figli minori o con il quale convivono i figli maggiorenni; in ogni caso, ai fini dell’assegnazione, il tribunale deve valutare le condizioni economiche di ciascun coniuge e le ragioni della decisione, onde favorire il coniuge economicamente più debole.

        Ovviamente, qualora il genitore affidatario sia economicamente autosufficiente, questi è tenuto a concorrere, insieme all’altro genitore e in proporzione alle proprie sostanze, al mantenimento dei figli.

        Tale mantenimento non viene meno automaticamente con il raggiungimento della maggiore età di costoro, ma si protrae fin quando essi non siano in grado di provvedere in modo autonomo ed adeguato alle proprie esigenze, la cui prova deve essere fornita in apposito giudizio dal genitore obbligato, al fine di essere esonerato da detto mantenimento.  

b) Riguardo ai coniugi

        Con la sentenza che conclude il procedimento di divorzio giudiziale il tribunale può disporre – a domanda di parte – l’obbligo per taluno di essi di somministrare periodicamente (di solito con cadenza mensile) a favore dell’altro un assegno, qualora quest’ultimo non possegga «mezzi adeguati» e nemmeno possa «procurarseli per ragioni oggettive», senza che sia tuttavia necessario un suo stato di effettivo bisogno (cioè nel senso che può anche essere economicamente autosufficiente), anche complessivamente considerando ogni utile risorsa di cui il coniuge richiedente già eventualmente disponga, oppure possa acquisirla attraverso un’attività lavorativa rapportata alla sua qualificazione professionale, dignità e posizione sociale.

        Tale assegno, la cui determinazione deve essere parimenti accompagnata da un criterio di suo adeguamento automatico, ha natura cosiddetta assistenziale e risponde ad un criterio sia risarcitorio che compensativo: l’uno e l’altro da utilizzare per la sua quantificazione e finalizzati a far conservare al coniuge economicamente più debole un tenore di vita quanto più possibile analogo a quello goduto durante il matrimonio,secondo un principio di solidarietà post-coniugale, tenendo comunque anche conto – come nella separazione – delle maggiori spese che si riversano su ciascuno dei coniugi in conseguenza della divisione del loro nucleo familiare. Tuttavia, in assenza dell’anzidetto titolo assistenziale, l’assegno non può essere concesso qualora la relativa domanda sia fondata solo su taluno di detti criteri.

        Nella determinazione dell’assegno, che si raggiunge con esame autonomo e distinto rispetto a quello effettuato in sede di separazione, neanche escluso l’eventuale ricorso ad indagini attraverso la polizia tributaria in caso di contestazione dei documenti fiscali e patrimoniali presentati dalle parti, concorrono pertanto i seguenti specifici elementi o fattori, che il tribunale deve considerare nell’emanare la propria decisione e precisamente:

  • le condizioni dei coniugi;
  • le ragioni della decisione;
  • il contributo personale ed economico fornito da ciascuno di essi alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;
  • il reddito di entrambi;
  • la durata del matrimonio. Tale ultimo elemento deve essere rapportato con ognuno dei precedenti e, da un punto di vista temporale, circoscritto al periodo che va dalla celebrazione del matrimonio alla pronuncia della separazione.

        La valutazione degli anzidetti elementi di quantificazione dell’assegno non va, tuttavia, effettuata dal tribunale secondo rigide proporzioni matematiche, bensì in modo combinato e unitario, anche se non necessariamente di tutti (purché se ne dia giustificazione in sentenza), potendo l’assegno anche rimanere escluso in caso di valenza negativa di taluno di essi, come nel caso di una convivenza coniugale di breve durata, a prescindere da ogni valutazione relativa all’adeguatezza dei mezzi di cui il coniuge richiedente possa o meno disporre.

        Qualora venga accordato, l’assegno decorre dal momento del passaggio in giudicato della sentenza (o del capo della sentenza) di divorzio, salvo che il tribunale ritenga di fissarne la decorrenza sin dal momento della relativa domanda.

        Su accordo dei coniugi, anche se raggiunto successivamente alla presentazione del ricorso, la corresponsione dell’assegno può avvenire in unica soluzione (cosiddetta «una tantum»), a condizione che essa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso i rapporti interconiugali si chiudono definitivamente e non può essere avanzata alcuna successiva domanda di contenuto economico.  

 

 

6. Modificabilità dei provvedimenti

 

        Analogamente a quanto previsto in ipotesi di separazione coniugale, anche i provvedimenti emanati dal tribunale in sede divorzile possono essere modificati (ad eccezione dell’indennità corrisposta in unica soluzione) dopo una sentenza di divorzio passata in giudicato (cioè allorquando siano decorsi i termini per un eventuale appello), su domanda di uno degli ex-coniugi o di entrambi, purché sussistano «giustificati motivi». Questi vanno ricondotti ai mutamenti effettivi verificatisi nella condizione economica dell’una o dell’altra parte ovvero di entrambe, oppure possono riguardare le condizioni circa l’affidamento della prole. Ad esempio: si annoverano tra i primi le nuove nozze dell’ex-coniuge obbligato, che possono determinare un ridimensionamento dell’assegno divorzile già posto a suo carico, in considerazione dei consequenziali ed ulteriori oneri economici da lui assunti con la creazione di una nuova famiglia.

        Parimenti è possibile, dopo il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio, proporre per la prima volta – da parte dell’ex-coniuge interessato che abbia conservato lo stato libero – domanda di attribuzione dell’assegno divorzile, specie nel caso in cui sopravvenga uno stato di bisogno. In tal caso la decorrenza dell’assegno decorre dalla domanda di attribuzione.

 

 

7. Tutela degli obblighi conseguenti al divorzio

 

      Onde scongiurare il pericolo che l’ex-coniuge obbligato si sottragga alla corresponsione dell’assegno sia nei confronti dell’ex-coniuge beneficiario che dei figli, la normativa sul divorzio prevede i seguenti mezzi di tutela a favore di costoro:

  • la possibilità da parte del tribunale di imporre all’obbligato la prestazione di idonea garanzia reale o personale;
  • la possibilità di iscrivere ipoteca giudiziale sui beni dell’obbligato;
  • possibilità di disporre da parte del giudice, a richiesta dell’avente diritto, il sequestro e il pignoramento dei beni dell’obbligato;
  • la possibilità di esercitare un’azione diretta esecutiva direttamente nei confronti dei terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro all’obbligato (ad es.: il suo datore di lavoro);
  • l’applicazione a carico dell’obbligato delle pene di cui all’art. 570 cod. pen. in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare (reclusione fino ad un anno o una multa da 103 a 1.032 euro). Tale norma penale spiega all’occorrenza i suoi effetti anche nell’ambito della separazione, oltre che – ovviamente – nell’ambito del rapporto di coniugio. 

 

8. Vicende successive al divorzio e relative conseguenze

 

        Il diritto a percepire l’assegno si estingue:

  • per nuove nozze dell’ex-coniuge beneficiario (tranne che per la parte riservata al mantenimento dei figli di cui sia affidatario);
  • per morte dell’ex-coniuge beneficiario;
  • per morte dell’ex-coniuge obbligato.

        Nel caso di morte dell’ex-coniuge obbligato, l’ex-coniuge beneficiario ha diritto a percepire (sempre che i loro rapporti patrimoniali non siano già stati definiti in unica soluzione all’atto del divorzio):

  • La pensione di reversibilità – Qualora l’ex-coniuge obbligato non abbia contratto nuove nozze dopo il divorzio, la concessione della pensione all’ex-coniuge rimasto in vita è subordinata a tre condizioni: a) che questi non sia passato a nuove nozze; b) che questi sia titolare di assegno divorzile; c) che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.
    Qualora, invece, l’ex-coniuge obbligato abbia contratto nuove nozze dopo il divorzio e sia a lui sopravvissuto anche il secondo coniuge (c.d. «coniuge superstite») avente i requisiti per la pensione di reversibilità, la stessa è attribuita dal tribunale in concorso a quest’ultimo e all’ex-coniuge divorziato, tenendo conto, nella ripartizione, della durata del precedente rapporto matrimoniale. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire tra tutte la pensione. Restano, comunque, fermi i diritti spettanti ai figli, genitori o collaterali aventi diritto alla pensione di reversibilità.
  • Un assegno periodico a carico dell’eredità Può essere accordato solo se l’ex-coniuge (il quale non ha la qualifica di erede, salvo un suo autonomo diritto per disposizione testamentaria da parte del defunto) sia già beneficiario dell’assegno divorzile e versi in stato di bisogno.
    Ricorrendo tale duplice condizione, il nuovo assegno è liquidato – non necessariamente, ma in via discrezionale – dal tribunale all’ex-coniuge, tenuto conto: a) delle somme già assegnategli; b) dell’entità del bisogno; c) dell’eventuale pensione di reversibilità; d) delle complessive sostanze ereditarie; e) del numero e della qualità degli eredi nonché delle condizioni economiche di costoro. Tale onere a carico dell’eredità può gravare, comunque, solo sua sulla quota disponibile, senza intaccare la quota legittima.
    Anche l’attribuzione di tale assegno viene ovviamente meno se l’ex-coniuge beneficiario passi successivamente a nuove nozze ovvero cessi il suo stato di bisogno; qualora questo risorga, l’assegno può essere di nuovo attribuito.
    Parimenti all’assegno stabilito in sede di divorzio, anche quello a carico dell’eredità può essere soddisfatto, su accordo delle parti, in unica soluzione.

        Inoltre ed indipendentemente dalla morte dell’ex-coniuge obbligato, l’ex-coniuge beneficiario ha diritto a percepire:     

  • Una quota pari al 40% del T.F.R. (trattamento di fine rapporto) percepito dall’altro ex-coniuge all’atto della cessazione del suo rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza di divorzio, a condizione che il richiedente: a) non sia passato a nuove nozze; b) sia titolare di assegno divorzile.
    Tale quota dell’indennità percepita è riferita agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio e rinviene la sua ragione giustificatrice nel contributo personale ed economico dato dall’ex-coniuge richiedente alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune.

 

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