Tribunale  Ecclesiastico  Interdiocesano
Salernitano  Lucano


Inaugurazione Anno Giudiziario 2001


Nota introduttiva


di

Carmine Cotini

 

 

 

 

         da sinistra:
        Mons. Vincenzo Schiavini
        Mons. Gaetano De Simone
        Mons. José M. Serrano Ruiz


      Il 10 febbraio 2001  il Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Salernitano Lucano ha rinnovato al Palazzo Arcivescovile di Salerno la cerimonia inaugurale per l’inizio del relativo Anno giudiziario, con l’intervento delle Autorità civili,  militari e religiose di Salerno, registrando altresì sollecita ed attenta partecipazione anche da parte del Foro laico, sia della nostra città sia di ulteriori realtà giudiziarie della provincia salernitana e della regione lucana. La manifestazione, apertasi con una solenne concelebrazione eucaristica nel Duomo di Salerno presieduta dall’Arcivescovo Mons. Gerardo Pierro, ha fornito ancora una volta all’Assemblea convenuta un’analisi puntuale e dettagliata dell’attività processuale dell’anno giudiziario appena concluso, illustrata nei suoi dati ed aspetti più salienti da Mons. Vincenzo Schiavini – presidente del Tribunale ecclesiastico – che da circa cinquant’anni svolge, con scrupolosa dedizione, la sua infaticabile opera al servizio della Giustizia ecclesiastica salernitana e lucana.
      In particolare, dalla disamina dell’attività processuale del nostro Foro ecclesiastico riferita all’anno 2000, sono risultate 59 nuove decisioni (con un incremento del 14% rispetto all’anno 1999), per la maggior parte riguardanti i capi dell’esclusione dell’indissolubilità e della prole, oltre quello dell’incapacità assumendi et adimplendi onera coniugalia. Di queste, n. 49 “pro nullitate matrimonii” e n. 10 “pro vinculo”. Allo stato, giacenti n. 76 procedimenti.
    
A corollario del dato statistico e facendo proprio anche il monito contenuto nelle parole del Pontefice ai politici d’Europa del 1998, ha voluto – tra l’altro – Mons. Schiavini, al cospetto di una diffusa disgregazione delle unioni familiari, sottolineare con particolare energia il valore imprescindibile dell’istituzione matrimoniale, unitamente al fondamentale ruolo che essa esercita nella società. Donde l’assoluta esigenza non solo di una sua più capillare preparazione che ne assicuri una cosciente e responsabile formazione, ma anche e soprattutto di una sua successiva e  costante tutela sociale da parte dello Stato, cui compete anche per precetto costituzionale tale peculiare attribuzione. 
     Sul tema dominante della Famiglia è risultata, quindi, incentrata la Prolusione per il corrente Anno giudiziario tenuta da  Mons. José María Serrano Ruiz, vice Decano del Tribunale Apostolico della Rota Romana (di cui si riporta il contenuto integrale al termine di questa nota).
     L’insigne giurista, muovendo dalla ben nota trilogia agostiniana tramandata dalla tradizione teologica e canonistica (“Haec omnia bona sunt, propter quae nuptiae bonae sunt: proles, fides, sacramentum”, A
UGUSTINUS, De bono coniugali, c. 24, § 32, PL 40, 394 D),  ha aperto interessanti spazi di condivisibile riflessione, suggerendo a riguardo motivi singolarmente nuovi e stimolanti nel generale panorama giuridico-canonico.

PALAZZO  ARCIVESCOVILE
di  Salerno


SALA DEGLI STEMMI
Un momento della manifestazione


      Introducendo, quindi, specificamente il concetto del Bonum familiae quale componente essenziale per la costituzione di un valido consorzio coniugale, ha inteso Mons. Serrano Ruiz porre primariamente in rilievo la sua valenza giuridica all’interno dello stesso, da “inserirsi nel tessuto strutturale del matrimonio come una intenzione necessaria dei nubendi”. Tale ‘bene’ si appalesa perciò intimamente connesso a quella rinnovata communio vitae et amoris coniugalis di ispirazione conciliare sulla quale si fonda un efficace consenso matrimoniale (cfr. Gaudium et Spes, 48), rinvenendo la sua origine nonchè il suo successivo sviluppo proprio nella cornice essenziale della famiglia, intesa quale comunità familiare “totale e formalmente completa”. 
      Ciò nonostante, esso sfugge – come ha coraggiosamente denunciato il Relatore – ad una esplicita codificazione matrimoniale canonica nell’ambito del diritto sostanziale, avvertendosene peraltro ancor più l’indistinta configurazione da un confronto anche rapido con taluni Ordinamenti civili nell’ambito di un tema di così profonda rilevanza etica e sociale, ove questi – invece – dedicano, almeno sul piano normativo-giuridico, più specifica attenzione alla famiglia, intesa quale centro di svariate ed importanti relazioni giuridiche al di là della sola considerazione individualistica delle persone in quanto tali. Infatti, pur riaffermando la Chiesa (e con costante sollecitudine) in via catechistico-pastorale la primordiale importanza della Famiglia per la vita di ognuno e della società tutta tramite la predicazione e la valorizzazione delle sue fondamentali connotazioni, inspiegabilmente carente se non addirittura contraddittorio si rinviene – per altro verso – il diritto sostanziale in materia unitamente al correlativo aspetto procedurale. 
     Quest’ultimo, che si delinea fondamentalmente di natura indiziaria, esigerebbe o – quanto meno – consiglierebbe appunto nel suo percorso una indagine più incisiva circa la complessiva dimensione familiare configurata dal nubente ante nuptias, intesa quale parametro di fondamentale e costante attenzione, anche a conforto di ogni altro indiziario e più tradizionale elemento di cui la prassi giudiziaria canonica già suole avvalersi. E tale più ampio approccio al regime delle cause di nullità matrimoniale non sarebbe – comunque – lesivo di quel fondamentale principio del favor iuris cui risulta informato il matrimonio canonico (cfr. can. 1060), consentendone – al contrario – una comprensione più perfetta e totalizzante in relazione al suo momento genetico, nel superiore obiettivo della ricerca della Verità oggettiva, costituita dalla verifica della validità o meno della manifestazione consensuale. In altre parole, della validità o nullità del negozio matrimoniale stesso.
      Per le esposte riflessioni, si imporrebbe allora – nel pensiero conclusivo del Relatore – una collocazione più precisa della Famiglia nel complessivo panorama processuale-probatorio relativo alle cause ecclesiastiche di nullità matrimoniale, indispensabile presupposto per attribuire poi autonoma configurazione a quel ‘bene’ che di essa è conseguenziale emanazione.  Collocazione che – invero – non ci sembra avere affatto la pretesa di estendere lo strumento giuridico della nullità a circostanze ad esso estranee, ma che le competerebbe di sicura ragione, proprio al fine di una protezione legale della famiglia più concreta ed adeguata, anche a confronto con i principi dogmatici di riferimento.
     
In tale prospettazione e a corollario di queste note rimane doveroso segnalare che l’innovativa elaborazione concettuale sul tema della Famiglia (il cui testo si riporta integralmente nelle pagine seguenti) è stata fatta oggetto da parte di Mons. Serrano Ruiz di successiva e speculare attenzione in occasione di analoga manifestazione svoltasi il 15 marzo c. a. presso il Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese di Bari, ove ha affrontato ulteriori e correlativi aspetti di natura specificamente processuale, proponendo ancora una volta interessanti ed innovativi motivi di riflessione.  
     
Vogliamo, perciò, concludere confermando l'unanime sentimento di riconoscente apprezzamento per il valore del valore del messaggio ricevuto, certi che da esso non sarà disgiunto quello di chi è dedito al nostro uguale impegno; unitamente all'auspicio che possa incontrare in un un futuro non lontano la gratificazione giuridico-applicativa che gli compete, sicuramente accrescitiva anche del prestigio della Magistratura ecclesiale.

  Salerno, 25 marzo 2001  

 

 

 

PROLUSIONE

di
Mons.  José  María  Serrano  Ruiz
V. Decano Tribunale Rota Romana

 

 Il bonum familiae
nella struttura essenziale del matrimonio

- Omissis -

      E’ impresa facile, qualunque sia la Sede in cui si debba svolgere una relazione d’indole giuridica lungo tutta la penisola italiana, evocare gloriose tradizioni che ci facciano sentire orgogliosi dell’onore e della responsabilità del compito affidato.

      Lo è specialmente in questa venerabile Chiesa e Curia di Giustizia di Salerno, dove riecheggia ancora la gloria di una antichissima storia vincolata a due uniche istituzioni, entrambe di carattere universale ante litteram. Quasi inutile riferirci alla prima, senz’altro la più illustre, la Scuola di medicina salernita, foco d’attrazione nell’alto medioevo precedente nel tempo e non inferiore nel prestigio a quelle giuridiche di Napoli o Bologna. Essa convocò maestri e allievi di ogni razza ed estrazione culturale in un ineguagliato esempio di sincretismo e tolleranza che ancora stenta ad affermarsi nei giorni nostri così pieni di speranze irraggiungibili.       
      Ma, sebbene inferiore in fama, non seconda appare in importanza – e, per i nostri intenti, molto più vicina – la tradizione giuridica di Salerno. Posta sotto la protezione dell’Evangelista Matteo, a mio avviso il più giurista tra gli agiografi di Gesù; marcata dalla prossimità della costiera amalfitana con le tante volte celebrate, leggendarie o no, vincolazioni alla ricezione e conservazione nell’area mediterranea delle insostituibili radici romane del Digesto; baluardo della ratio scripta attraverso una a dir poco paradossale trasmissione del diritto romano in mezzo ad altre colonie germaniche e longobarde, propugnando il primato della consuetudine sulla legge (come sanciscono le Consuetudini di Salerno del 1251) e iniziando la suggestiva avventura dello ius proprium e dello ius commune.
      E’ soprattutto la Chiesa Salernitana e il suo ministero giudiziario erede a proseguire questo glorioso passato.

      E per quanto concerne la giurisdizione canonico matrimoniale, in un senso molto preciso come ci ha appena ricordato il Santo Padre nell’udienza alla Rota Romana del passato giorno primo febbraio, l’indole naturale del matrimonio, quella appunto regolata così saggiamente dal diritto romano, e la sua condizione sacramentale si sostengono a vicenda. E’ dunque quel patto coniugale sul quale la Chiesa riflette e giudica da secoli che oggi ci intratterrà in questa solenne occasione. E lo farà in una proiezione che si inserisce senza soluzione di continuità nelle radici naturali del matrimonio. E’ questa una delle premesse che mi preme di più sottolineare per le molteplici conseguenze che ne scaturiscono tanto nell’ordine sostanziale come formale e metodologico. Famiglia, quindi, naturale come l’uomo stesso e il matrimonio. Poichè, se a buon diritto si può affermare che l’uomo è un essere incompiuto e pertanto amante, con la stessa forza si deve pur dire che l’uomo è un essere esposto alle intemperie e solo, dunque, assetato di un tetto e portato alla costruzione di un nucleo familiare.
      Anche se in un primo tempo queste nostre considerazioni potrebbero apparire del tutto nuove, particolarmente nella loro espressione terminologica, non credo sia difficile avvertire come si inseriscano nella dottrina di sempre della Chiesa sulla struttura dell’alleanza nuziale. E’ la tradizione, quella tradizione rinnovata e rivificata che il Concilio Vaticano II ha dato – tradidit – alla Chiesa, quella che ispira queste idee. Nè poteva essere in un altro modo se pretendiamo accedere all’essenza immutabile del matrimonio al di là – come ancora ci ricorda il Papa - delle mutazioni culturali e sociologiche. E’ questo il potere – o il patire – e la gloria del lavoro abituale dei canonisti sul matrimonio: si muovono nell’ambito di questioni e dati di essere o non essere, di validità o nullità del vincolo e non solo della sua più o meno raggiunta e sempre desiderabile perfezione. Sono non di meno quelle istanze culturali e sociologiche, come ebbe a ricordare quel Profeta buono che fu Giovanni XXIII, i segni dei tempi che aiutano a scoprire con maggiore fedeltà la circostanza congiunturale, le verità che non passano.

      La famiglia, dunque, nella struttura essenziale del matrimonio. Che la famiglia sia un segno dei tempi nella vita e nel magistero della Chiesa e perfino nelle preoccupazioni dell’umanità penso che sia fuori discussione. Che lo sia anche nella sfera del diritto canonico conditum già non è così chiaro. Fino al punto di domandarci legittimamente se non sia arrivato il momento di tentare, anche con uno strumento legislativo di rango inferiore, tenuto conto della recente promulgazione dei Codici, una certa normativa per un diritto di famiglia canonico
.  
      Che sia troppo assente la famiglia nelle riflessioni sul matrimonio è quasi evidente. E a dir il vero la posizione della giurisprudenza e della dottrina attorno al problema sembrerebbe perfino sconcertante. Poichè non si parla mai della famiglia senza ritrovare in essa il matrimonio: basti come esempio molto significativo il rilievo e l’estensione espositiva riconosciuta al matrimonio nel documento magisteriale che sarebbe archetipo sulla famiglia, la esortazione Familiaris consortio. In essa per pagine e pagine si tratta del matrimonio e dei valori e rischi della morale matrimoniale; ma non si riscontra alla pari una esposizione dei valori e problematiche della famiglia in sè.
      Matrimonio, dunque, che è asse portante e, sempre di più, connotato di identificazione essenziale della famiglia cristiana. Ma che, al contrario, non dà per ora spazio sufficiente alla sua estensione naturale che è la famiglia. Infatti non è raro percorrere libri e volumi interi sul matrimonio senza trovare il benchè minimo accenno alla famiglia.
      
      Sarebbe lungo e ci porterebbe troppo lontano dal punto centrale di questa nostra lezione ripercorrere una specie di inversione di tendenza nei documenti della rivelazione. Cioè un partire dalla famiglia per arrivare al matrimonio. Cerchiamo di riassumere nei punti fondamentali questo cammino.
      Il nostro Dio, il Dio della rivelazione – del quale del resto l’uomo è immagine e somiglianza – non è un essere unico in sè, come vorrebbe la ragione, e neanche un essere sponsale, come potrebbe manifestarsi in altre teologie culturali di maggiore spessore pluripersonale e mistico, presenti anche nell’esperienza personale cristiana; ma, nell’essenziale della Sua Parola, è anzitutto un Dio familiare: Padre, Figlio e Spirito Santo, triade nella quale solo la spiritualità acorporea della natura spiega l’assenza del principio femminile. Il vincolo di Dio con il suo popolo nella storia della salvezza si esprime attraverso la relazione paterno-filiale. E un precetto fondamentale di quella prima e primaria costituzione d’Israele e dell’uomo che è il Decalogo, il quarto comandamento ricorda il dovere di onorare padre e madre, il che equivale a prolungare la presenza del focolare e la famiglia anche nel potrarsi degli anni. Ed è singolarmente significativo che un dovere che si direbbe più grave, senz’altro da sempre riconosciuto nella struttura essenziale del matrimonio – la procreazione/educazione dei figli – ovvero i sacri doveri della genitorialità non siano esplicitamente sanciti nel decalog, quasi più inseriti nell’indole instintuale dell’uomo. E’ la venerazione per i creatori della famiglia, per i fondatori del santuario del focolare. Perfino Gesu Cristo nel testamento dell’amore universale, non si è risparmiato di ricorrere a suggestive immagini, piene di tenerezza.

      Non possiamo dunque trattenerci su queste importantissime e pur bellissime considerazioni attorno ad una teologia della famiglia ancora forse da fare ed in ogni caso utilissima per un Diritto di famiglia canonico. Gli spunti accennati appena bastino per giustificare, se ce ne fosse bisogno, la legittimità ed importanza del nostro tema.
      Il quale avrebbe bisogno ancora di una doppia introduzione metodologica. La prima sulla precisione positiva delle norme che regolano la disciplina matrimoniale canonica. La seconda sull’eccessiva impostazione analitica con cui ci avviciniamo allo studio e alla applicazione delle stesse. E si potrebbe forse ancora aggiungere la prevalente preoccupazione, anche nel senso etimologico del termine, per una ricerca indirizzata alla nullità, nella quale – si può ben immaginare – non si trova a suo agio una realtà così valida come è la famglia stessa. Forse tutte e tre le ragioni ne costituiscono una sola; ma anche noi per una volta vogliamo essere analitici e considerarle separatamente.

      Il nostro titolo parla del bonum familiae. E’ una formula che appare nel can. 1152 - boni familiae sollicitus - a proposito della separazione dei coniugi, manente vinculo. Però nè la collocazione della norma – in un contesto irrilevante per la consistenza giuridica del vincolo che si suppone – nè il suo tenore letterale ci servono per la finalità che ora cerchiamo di proporre. Infatti non si tratterebbe di una valutazione morale del bene della famiglia (anche se non so fino a che punto si può prescindere dalla valutazione morale in ogni considerazione del bene o dei beni). Ma, molto più precisamente, di evidenziare la sua valenza giuridica – certa, quindi, e vincolante – nell’identità del matrimonio, canonico e non.
      Tale intento deve necessariamente partire da uno sforzo di avvicinare questo ritrovato bonum familiae alla classica trilogia agostiniana: bonum prolis, bonum fidei, bonum sacramenti. Essa da sempre ha focalizzato e – in un certo qual modo – rinchiuso l’essenza, anche giuridica, del matrimonio. E quindi si devono muovere i primi passi da una considerazione dei tradizionali beni del matrimonio come un paradigma ancora aperto che non si esaurisce per forza nella trilogia agostiniana.
      In un altro lavoro ho fatto notare come sia mio parere che il grande Dottore d’Ippona fosse soprattutto preoccupato dalla dimensione etica e morale del matrimonio. Che da una parte doveva difendere o almeno legittimare di fronte a posizioni eccessivamente spiritualiste; e d’altra parte era suo compito pastorale stimolare i suoi fedeli a vivere i valori etici dell’allenza nuziale cristiana nella cornice del matrimonio romano, unico, ancora a mio parere, giuridicamente presente nel suo tempo. Dalla mano, poi, dell’elaborazione metafisica e canonica posteriore, la grande autorità della dottrina agostiniana ha fatto il salto al livello concettuale essenzialista e giuridico-giudiziario garantista.
      Il Concilio e il Codice, che ne è espressione giuridica, ha introdotto già un altro bene: il bonum coniugum (cfr. can. 1055). E in linea di enumerazione armonica non vedrei maggiore difficoltà nel riconoscimento esplicito del bonum consortii vitae et amoris coniugalis. Anzi, una più attenta lettura dei documenti conciliari e l’obbligata interpretazione delle norme canoniche che ne seguirebbe dagli stessi scoprirebbe il bisogno di integrare ancora nella ricchissima visione del matrimonio cristiano aspetti oggi trascurati, come possono essere il bene della società coinvolto in una ottima sintesi con il bene dei coniugi nella Cost. Gaudium et Spes e perfino il bene della Chiesa. A mio avviso, questi ultimi rilievi, di grande portata istituzionale e pubblicistica, sono stati lasciati da parte in una visione del matrimonio troppo individualista – notasi bene: non personalista – del matrimonio e che attendono un adeguato recupero da parte del Legislatore e, senz’altro, dell’interprete. Forse è solo da attribuire alla concezione contrattualistica del matrimonio, fautrice di seri problemi ancora non sopiti nella dottrina e giurisprudenza matrimoniale canonica; e anche al rilievo che nello studio giuridico del matrimonio hanno acquistato gli aspetti morali, e quindi privatistici, non bene distinti dai dati prettamente giuridici, che sentiamo questa specie di prevenzione a riconoscere nel patto nuziale la sua valenza pubblica e sociale, ingiustamente sacrificata fino al giorno d’oggi.
      Noi del resto ci fermiamo prima, essendo la nostra un’impostazione solo familiare, anche se non esente da importanti ripercussioni sociali, se è vero – come lo è – che matrimonium est seminarium rei publicae
. Ma se siamo in grado di trovare degli argomenti giusti e forti che richiedano questa attenzione preferenziale e perfino necessaria alla famiglia nel progetto e nella fisionomia della comunione di vita ed amore coniugale saremo obbligati – giustamente obbligati, mi viene da dire – a riconoscerlo vivo e operante nell’identificazione essenziale del patto coniugale. Nè ci saranno da ostacolo le nuove norme positive del can. 1057 e 1101, che, nella loro espressione molto generica, permettono senz’altro scoprire e, se scoperto, ammettere nell’ambito essenziale del consenso coniugale il connotato familiare.

      Bonum familiae, quindi, che sarebbe da inserire nel tessuto strutturale del matrimonio come una intenzione necessaria dei nubendi ed una realtà chiamata a verificarsi nello sviluppo della vita coniugale. Ma con quale identità?       E qui passiamo al secondo dei preamboli cui ci siamo riferiti all’inizio: cioè al modo in cui la legge positiva e con essa, in un secondo momento, l’applicazione giurisprudenziale e la dottrina, trattano l’identificazione di un mistero così grande (Eph. 5, 32) quale è il matrimonio cristiano. Dobbiamo dar per certo che il giuridico, più ancora se legislativo e quindi giudiziale e didattico, non può fare a meno di questa identificazione per la chiarezza e la precisione che sono requisito indispensabile della certezza giuridica e legale. Già prima abbiamo affrontato il problema di questa identità del bonum familiae a proposito della terminologia comparativa e integrativa dei beni del matrimonio. Passiamo ora alle possibilità di una sua identità, tanto nella cornice globale dell’istituto coniugale come in una espressione specifica e autonoma del bene della famiglia.

      Il bonum familiae è qualcosa di diverso dal resto dei beni del matrimonio? La domanda, inquietante e non solo sotto il profilo teorico ma anche nelle sue applicazioni pratiche, si è presentata qualche altra volta precisamente a proposito del diritto matrimoniale canonico. Così nel caso dei diritti e doveri coniugali nel consorzio di tutta la vita, se assimilabili in tutto o meno ai beni del matrimonio. Ma neanche in questo caso possiamo, purtroppo, trattenerci al di là del suggerimento. Basti, anche in questa occasione, notare che quello che interessa è il riconoscimento in quanto tale e non già la delimitata, determinata e precisa vincolazione a un termine autonomo.

      Parlando del bonum familiae viene spontaneo legarlo alla comunione di vita e amore alla quale, per un istante e per la anzidetta tendenza all’analisi espositiva, spoglieremo della seconda caratteristica riduttiva: comunione di vita e amore coniugale. Infatti una comunione di vita coniugale nasce e si sviluppa nella cornice essenziale della famiglia. E a prescindere dalla qualifica coniugale, la comunione di vita e amore trova la sua realizzazione piena nel seno della comunità familiare. La coabitazione, la casa, l’unione di interessi e di intendimenti, insieme con l’amore che deve informarle, sono altrettante espressioni della genesi e della dinamica familiare, una famiglia non solo incoata ma già totale e formalmente completa, che precede e prepara la pienezza della sua manifestazione nel caso normale della sopravvenienza della prole.  
      Più vicina dunque la procreazione, il bonum prolis. Che, tanto nel momento iniziale della unione generativa realizzata modo human, come nella finalità essenziale dell’educazione della prole, esige l’amore e la comunione familiare come ambiente adeguato allo sviluppo della personalità dell’erede. E’ così evidente la vincolazione della prole alla famiglia, di quel seme di umanità che ha bisogno di un humus di armonia e sicurezza per raggiungere il suo sviluppo, che sembra quasi inutile insistere sull’argomento.
      A proposito del quale non vorrei non di meno sorvolare su un particolare per me importante e con indubbio rilievo familiare. Si tratta del giusto rigore con cui nell’interesse del minore le norme sulla adozione richiedono un normale nucleo familiare per concederla. Se tale requisito viene richiesto per una filiazione, quanto si voglia lodevole ma sempre al margine del processo naturale di generazione, non è vero che si tratta di una ammissione, del resto non tanto implicita, del nucleo familiare come contesto normale della nascita di un bambino?
      Questo dato e ancora altri che potrebbero aggiungersi, oltre la loro importanza in sé, a noi interessano sotto il profilo per così dire concettuale e sostanziale: si può pensare a un bonum prolis staccato da un bonum familiae?

      Ora, quanto alle proprietà essenziali del patto – bonum fidei e bonum sacramenti – è stata senz’altro eccessiva, per non dire esclusiva ed escludente, l’attenzione indirizzata alla loro dimensione individuale, con il correlato dell’adulterio e del divorzio. Si è arrivati a privilegiare la felicità – o come si suol dire, la realizzazione – del singolo a spese della stabilità e serenità del nucleo familiare. Perfino si è affermato, con relazione alla prole, che è meglio per i figli vivere nel seno di una comunità senza litigi che nella loro famiglia di origine in cui si è spento l’amore. Problemi tutti che nel loro versante strettamente familiare hanno una loro trascendenza ed importanza che è inutile nascondere; ma che non possono nè impostarsi nè risolversi senza attribuire al nucleo familiare le sue irrinunciabili note di identità ed esigenze. La fedeltà è anche espressione viva della sincerità e della totalità dell’impegno affettivo ed effettivo che richiede la famiglia; l’indissolubilità la garanzia della stabilità di un progetto e di una impresa che come l’amore senza riserve, la procreazione, l’educazione, la previdenza per il futuro… non ammettono ripensamenti. 

      E fin qui un ritrovamento, per niente sorprendente o sconcertante, del bonum familiae nella costellazione dei beni fondamentali del matrimonio: i tradizionali bona matrimonii. Non dobbiamo perciò attendere una espressa ricezione terminologica dell’argomento nella giurisprudenza o nella dottrina per tenerlo presente nelle nostre approssimazioni teoriche o procedurali sul matrimonio. Ma, si potrà arrivare ancora più in là reclamando per il bonum familiae un posto e una identità autonoma nell’essenza del matrimonio? Ancora una volta l’analogia con l’aspetto più attuale e più innovativo della dottrina e soprattutto della giurisprudenza matrimoniale canonica ci è estremamente utile. Mi riferisco all’incapacità. E’ vero che la nostra legge focalizza la suddetta impossibilità al matrimonio nei diritti e doveri essenziali del matrimonio (can. 1095, nn. 2-3. Ma più di una decisione, anzi la maggioranza delle sentenze e soprattutto delle perizie svolte nella Rota e nei Tribunali inferiori studiano e decidono sulla personalità delle parti in un modo antecedente alla precisa e concisa configurazione dei citati diritti e doveri pronunciando, per esempio emblematico, sull’immaturità affettiva o sul difetto di libertà interna. Qualcosa di simile potrebbe accadere, ed è auspicabile accada, con il bonum familiae. Non solo come aspetto fondamentale delle restanti connotazioni tradizionali del matrimonio, ma anche come punto di riferimento preferenziale e, di per sè, rilevante nel nucleo essenziale del matrimonio.

      Dobbiamo senz’altro ammettere in partenza la difficoltà di siffatto intento. Osservazione che già in altra occasione, a proposito della comunità di vita e amore coniugale, ebbi a fare; e ancora sarebbe da fare sul bonum coniugum. E più ancora sul bonum familiae. Perchè, mentre l’indissolubilità, la fedeltà e perfino la sacramentalità e la procreazione hanno profili concettuali ben precisi e, pertanto, altrettanto facili alla ricezione nell’ordinamento pure positivo, non lo stesso si può dire del bonum  familiae. Già l’introduzione con il termine bonum – e nel nostro caso molto più morale paradossalmente che nel caso di Sant’Agostino – ci fa prendere tutte le precauzioni.
      Bene è una realtà giuridicamente sfuggente che può presentarsi con maggiore o minore consistenza senza perdere la sua considerazione di tale. Il bene come la temperatura o l’amore può considerarsi presente o assente in circostanze o contesti molto diversi. Per di più c’è la famiglia, che è anche un concetto primigenio, una Urwort nell’illuminata espressione di K. Rahner, che come tante altre realtà con cui abbiamo a che fare nell’ambito del matrimonio rifugge l’eccessiva precisazione propria del linguaggio giuridico.
      Mi piace ora ricordare il momento di singolare intensità vissuto in Piazza San Pietro il giorno otto ottobre del 1994, nella celebrazione di una delle giornate mondiali della famiglia. In quella occasione Giovanni Paolo II riecheggiando, anche con la sua espressione di sofferente responsabilità,   un avvenimento di indimenticabile emozione in cui Paolo VI nell’inaugurazione della III seduta del Concilio, fece una domanda tutt’altro che retorica: “Chiesa che dici di te stessa, come definisci te stessa?”. Così anche Giovanni Paolo II: “Famiglia, che dici di te stessa?. Che sia difficile definire e perfino descrivere la famiglia, non vuol dire che si debba ignorare la sua necessaria ed essenziale vincolazione al patto nuziale. Devo rifarmi ad una sentenza c. Serrano nella quale si fa notare che sono troppe e troppo importanti le realtà che sono presenti nell’essere e nell’agire dell’uomo senza avere una precisa definizione delle stesse: così la vita, l’amore, la libertà. Mi piacerebbe avanzare l’idea di una bioetica del matrimonio che comprendesse senz’altro la famiglia, come realtà pregiuridica ma dal diritto accolta con riverente e solenne rispetto. Una esigenza che s’impone da sè e non si può mettere in dubbio.

      Per quanto riguarda l’aspetto strettamente giuridico penso che è del tutto applicabile la ben conosciuta decisione c. Anné del 25 febbraio 1969 la quale, nel bisogno di stabilire che cosa si debba intendere per consorzio di tutta la vita, adopera tre parametri di riferimento: il diritto naturale, il dato culturale e i connotati esistenziali. Mi sembrano tre tracce assolutamente indispensabili, come lo è anche l’approssimazione che se ne fa nella citata decisione. Nel senso che ricaverei da quella fonte tanto imprecisa nella delimitazione come pressante nella obbligatorietà che è il diritto naturale, almeno la necessità di aver presente e vincolante in ogni caso il bonum familiae; dal contesto culturale – senz’altro cristiano, per l’ispirazione antropologica e la formulazione sociologica e morale – la sua immagine viva e attuale; dalle circostanze infine esistenziali i particolari concreti del singolo caso che permettono un giudizio fedele alla realtà. Condivido in pieno, applicato alla famiglia, il criterio della tante volte citata e lodata sentenza, quando afferma:  “E’ difficile in modo speculativo affermare in che consista la comunione di vita, ma dovendo i giudici affrontare sempre e solo il caso in concreto possono individuare se in quello si diano o no i requisiti sostanziali per riconoscere o meno l’immagine (intenzionale) o la realtà di una famiglia (nell’originale: qualsiasi consorzio di tutta la vita che sia matrimoniale)”

      Anche se tutti i preamboli precedenti esimono anche noi dall’arrivare a una delimitazione troppo precisa del bonum familiae al di fuori di una ipotesi qualsiasi, penso che siamo in condizione di fornire alcuni suggerimenti: penso alla coscienza nei nubendi  della creazione di una titolarità nuova al di là delle persone dei coniugi; alla rinuncia chiara ad un atteggiamento interessato che persegue solo i propri comodi, magari perfino rafforzati nel patto;  l’apertura a una qualificata oblatività che comprende non solo l’altro coniuge ma con lui/lei le responsabilità collettive di un nucleo nascente e dinamico; l’ammissione, esplicita od equivalente, di peculiari diritti e doveri, duali e plurali, che non si esauriscono nella considerazione unipersonale, o peggio individualistica, che oggi caratterizza la espressione formale e legale del contenuto del patto nuziale…
      E’ prima di ogni altra considerazione, un salto di qualità - di una formalità nuova, direbbero i vecchi maestri della Scolastica; di un nuovo oggetto formale nel pensiero di Anné- più che di una inversione sostanziale, e meno ancora quantitativa, di rotta: come se si dovesse cercare un altro matrimonio o ancora altri indizi di essenzialità nello stesso. Il che non vuol dire – è evidente – che nulla cambi nella nostra riflessione e nelle  applicazioni che ne seguono. Penso che si tratti anzitutto di uno sforzo di centralizzare ed evidenziare con una adeguata caratterizzazione di essenzialità le note della familiarità. Il lavoro, anche se indilazionabile, è agli inizi e perfino nei presupposti della ricerca. Ma il ricchissimo deposito d’insegnamenti derivati dal Magistero vivente oltre che una luce rappresentano uno stimolo nella strada da percorrere.

      Deliberatamente ho omesso nelle pagine che precedono qualsiasi riferimento procedurale. Pensavo, e penso, che avrebbe ancora una volta deviato il corso e il traguardo della riflessione. Per me è importante conoscere il che, che cosa si cerca, prima di scendere a questioni di come si trova o si dimostra in giudizio; e ancora di più trattandosi di  nullità. Mi riprometto certamente di tornare sull’argomento in quella applicazione pratica nei Tribunali che costituisce anche essa un interesse spiegabile e legittimo dei nostri collaboratori nell’amministrazione della giustizia nei Tribunali della Chiesa.
      Ma, nel finire questa mia colloquiale esposizione, non voglio esimermi da una osservazione che potrebbe chiamarsi pastorale nel senso improprio della parola, poiché mi oppongo decisamente a qualsiasi qualifica che neghi al nostro lavoro giudiziario nella Chiesa e per la Chiesa il carattere pastorale e diaconale.

      Anche se travalicando dunque il limite, che ci siamo imposto da noi stessi, di stretto riferimento al problema sostanziale, senza implicazioni per il momento procedurali, voglio riferirmi a una non rara osservazione che si fa alle nostre cause di nullità matrimoniale. Non di raro le stesse, per dover essere giustamente obbligate a fermarsi sulla verità, sincerità e validità del consenso, sono accusate di traslasciare altri aspetti legittimi come sarebbero i figli e, per l’appunto, la famiglia. Donde, per di più, si affaccia un doppio pericolo: un disinteresse notevole, anche tra i cosiddetti agenti della pastorale per il lavoro tecnicamente canonico; ed una eccessiva dissociazione, in alcune occasioni quasi ignoranza e sospetto, dello stesso da parte di altre iniziative pastorali – parrocchiali, diocesane – che per conto loro cercano di proteggere matrimonio e famiglia.
      Perfino a questo proposito si è pur detto che il Legislatore laico protegge di più lo stato coniugale, mentre la Chiesa si fermerebbe solo al momento consensuale. Una conoscenza superficiale e non di rado affatto scevra da una certa malignità vorrebbe più condiscendente, o meno sensibile, il sistema canonico con certe situazioni davvero penose sotto il profilo familiare. Il matrimonio va protetto dalla legge e dalla Chiesa in toto, nel momento consensuale e nella dinamica della vita coniugale e familiare. Con una protezione poi che va al di là di una pretesa cura pastorale della preparazione e dello sviluppo della vita familiare, se intendiamo l’aggettivo pastorale nel senso riduttivo a cui abbiamo fatto riferimento poc’anzi e che comporterebbe un più o meno opzionale, morale ed ideale dovere di seguire tale preparazione. Il nostro diritto richiede di più. Con delle norme giuridiche in senso stretto, con precisa attenzione alla creazione ed alla naturale esigenza di vita e vitalità che il vincolo giuridico comporta per la sua propria istituzione divina; del versante familiare del matrimonio va tenuto conto con la stessa cura e con la stessa essenzialità con cui si tratta l’indissolubilità, la fedeltà, la sacramentalità, la finalità procreativa, l’obbligo di creare una vita comune con l’altro coniuge o di procurare il suo bene.
      Qualcosa si è già fatto, e anche tanto, quando a proposito della capacità, per esempio, si fa preciso riferimento ai diritti e doveri fondamentali della vita coniugale (cfr. can. 1095, nn. 2-3). O quando a proposito del dolo si prevede che l’inganno sia tale da turbare il consorzio di tutta la vita (coniugale) (cfr. can. 1098)...
      Qualcosa di simile dovrà farsi anche con la famiglia. In modo che la famiglia non sia solo, quale è, la conseguenza necessaria delle note essenziali e delle finalità del matrimonio; ma che sia il bonum familiae in sè stesso, nella sua fisionomia e autonomia ben definita, quello che si faccia presente nelle nostre riflessioni, finora troppo ridotte alla tante volte ricordate posizioni individualistiche sul vincolo coniugale.

      E ancora due particolari che esistono nella legislazione vigente e che vorremmo vedere collocati nella dovuta luce nell’azione della Chiesa. Penso al can. 1071 § 3 quando riserva all’intervento dell’Ordinario autorizzare il matrimonio di colui che è tenuto ad obblighi naturali verso l’altra parte o verso i figli avuti in una unione precente. Non è possibile non avvertire in tale prescrizione un evidente interesse di protezione familiare. Obblighi naturali che di per sè non si ridurrebbero agli aspetti economici, ma arriverebbero ad altre responsabilità educative, per esempio, o assistenziali. E il can. 1689, nel quale si dispone che il giudice nella sentenza – senza esplicita distinzione tra decisione affermativa o negativa – deve avvertire le parti degli obblighi morali e anche forse civili che gravano su di esse rispetto alla altra parte o alla prole in ordine al suo sostentamento ed educazione.

     Una correzione, dunque, di rotta. Immaginate un’impostazione che superi le strettoie dell’interesse o del diritto-dovere del singolo, così poco cristiane, per arrivare ad una aperta, umana, naturale e trascendente nello stesso tempo ricezione della fedeltà, indissolubilità, fecondità, oblatività ed armonia come caratteristiche che, sebbene proprie ed essenziali nell’opzione personale per il matrimonio, diventano per di più, e come completa realizzazione delle medesime, esigenze irrinunciabili del nucleo familiare cui dà origine il matrimonio? Ora sarà più difficile e meno suscettibile di critiche cosiddette formalistiche o giuridiciste il lavoro giudiziale canonico.

      Penso necessario ed imminente questo sbocco del diritto matrimoniale canonico. E lo considero un traguardo che non solo farà aumentare il rispetto e il prestigio alla nostra missione ecclesiale, ma sarà un prezioso contributo alla completa realizzazione nella cultura attuale del ricchissimo messaggio cristiano, chiaro e senza paure di mistificazioni, del Concilio Vaticano II sull’alleanza coniugale e familiare cristiana.  

(N.B.:  note biblografiche non inserite)

dal Palazzo Arcivescovile di Salerno
10 febbraio 2001  

  

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