Tribunale  Ecclesiastico  Regionale  Pugliese

 
Inaugurazione Anno Giudiziario 2001

   

Basilica 

di 
San Nicola di Bari  
 

 

PROLUSIONE

di
Mons.  José  María  Serrano  Ruiz
V. Decano Tribunale Rota Romana  

   
Il bonum familiae
 nelle cause canoniche di nullità di matrimonio:
incapacità ed esclusione  

       La presente prolusione va intesa come continuazione ed applicazione in materia processuale di quella che appena un mese fa ho avuto l’onore di pronunciare a Salerno nell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Salernitano Lucano. Perciò ho voluto portarla qui con me e spero che le persone interessate avranno modo di accedere ad essa per raggiungere una migliore comprensione di questa odierna.
      Cercherò di riassumere le conclusioni cui ero arrivato nella precedente.

      
      - La famiglia è la proiezione naturale del matrimonio umano e cristiano, anzi dell'uomo stesso. Insita, dunque, nell’essenza dell'uno e dell’altro e più o meno esplicitata in qualsiasi analisi antropologica che si voglia fare delle più profonde strutture dell’essere uomo.
      - Dalla tradizione agostiniana in poi, l’essenza  del matrimonio cristiano si è focalizzata nei cosiddetti ‘beni’ del matrimonio. I quali, comunque, non costituiscono un paradigma chiuso, come ha messo in evidenza il Concilio Vaticano II aggiungendo il bonum coniugum e, implicitamente, il bonum consortii totius vitae.
      - In tale schema non è difficile inserire il bonum familiae, sia come espressione naturale, culturale ed esistenziale degli stessi, specialmente se pressi nel loro insieme; sia come figura autonoma con caratteristiche ed esigenze di non minore importanza e rilievo di quelle che potrebbero considerarsi proprie dei tradizionali punti di riferimento per la validità o nullità del patto coniugale.
      - Si tratta, proseguivo ancora, più di una prospettiva – di un oggetto formale, nel linguaggio dei Maestri della Scuola – che di una realtà totalmente a sè stante. Realtà, del resto, difficilmente concepibile e riscontrabile in un istituto di natura giuridica e morale quale è il matrimonio canonico. Questa considerazione allontana una volta per sempre qualsiasi interpretazione che veda in queste idee l’intento di aumentare i motivi di nullità, e quindi, la nullità stessa. Non è un più quantitativo e diverso, ma un quale che avvicina il matrimonio al suo sviluppo essenziale e naturale; e – se per caso – cambia la fisionomia delle nostre cause, non sarà per una troppo semplicistica lettura del fatto, ma per una più autentica impostazione del tema. E’ ancora troppo vicino il Concilio Vaticano II per insistere sull’argomento.
      - Cercavo quindi, ancora con incerto convincimento, di identificare il bonum familiae con un atteggiamento dei nubendi qualitativamente diverso dalla chiusura in sé stessi e nei propri diritti e doveri personali ed interpersonali. Richiedevo pertanto la coscienza, più o meno esplicita, della creazione di una cellula nuova e vitale con le proprie esigenze e compensazioni.
      - Facevo, infine, un’osservazione a mio parere di grande interesse nell’inserimento della dottrina e della giurisprudenza canonica nel ministero pastorale della Chiesa. E cioè: se il magistero e la catechesi mettono in primo piano la famiglia e noi la lasciamo da parte, si produce per forza una divisione che non giova a nessuno e può dar luogo, come di fatto già in buona misura accade, a incomprensioni e mancanze di collaborazione molto deprecabili.
     
      A partire ora da questi presupposti vedo il nostro compito di oggi indirizzato prima di tutto a riconoscere nei testi legali positivi e nel loro approccio processuale le possibilità di applicare nei Tribunali le ragioni – secondo me pienamente legittime e legittimate – che giustifichino la presenza delle nostre riflessioni sull’essenza del patto coniugale, di questo nuovo elemento del bonum familiae, e non soltanto nei suoi principi che potrebbero sembrare già acquisiti.
      Per tutti è evidente l’importanza di siffatto attorno ad una identità, per così dire, processuale, del bonum familiae nelle controversie canoniche di nullità. Infatti, la nullità e prima ancora – dato mai trascurabile – la validità del matrimonio (qualificatamente protetta dall’ordinamento), non può venire esposta ad incertezze o radicali innovazioni di sorta. Che – oltretutto – troverebbero poca accettazione nei pronunciamenti dei giudici.
      Vediamo dunque le possibilità, senz’altro aperte al dibattito e al dialogo, di una ricezione del bonum familiae nell’essenza del matrimonio e delle sue ripercussioni procedurali nella prova della corrispondente nullità. 
      
     
Discutibile o meno che sia nella dottrina e sistematica dell’Ordinamento matrimoniale canonico, è comunemente ammessa e sanzionata dalla legge la ricognizione tripartita delle radici della nullità del matrimonio, vincolate a tre grandi categorie: impedimenti, vizi del consenso e difetto di forma.
      Anche se il tema degli impedimenti non è certamente esente da considerazioni, numerose ed importanti, attinenti alla famiglia, non sono le norme inabilitanti quelle di uso più frequente nei nostri Tribunali. E neanche i casi di nullità per difetto di forma canonica sembrano degni di attenzione processuale in relazione con la famiglia e la sua problematica.

 

Interno della Basilica 

di
San Nicola di Bari


      Rimane il grande spazio dei vizi del consenso, oggetto preferenziale e quasi esclusivo della cause di nullità. E dentro di esso, senza ignorare la valenza familiare che può acquistare – per esempio – l’ignoranza sull'essenza del matrimonio; e più ancora il cosiddetto timore riverenziale nella cornice del matrimonio coatto. Le nostre riflessioni, per forza limitate nel tempo e nell'attenzione richieste ad una prolusione, saranno indirizzate soprattutto alle cause d’incapacità e a quelle di esclusione. E ciò perchè entrambi – cioè i supposti di incapacità al matrimonio e di esclusione qualificata invalidante – prendono in considerazione quello che in modo alquanto convenzionale e condizionato, almeno nella terminologia dalla nostra tradizione canonistica, abbiamo designato con l’espressione bonum familiae: i primi – di incapacità – come punto di riferimento nella realizzazione essenziale del progetto matrimoniale; i secondi, in quanto nell’intenzione il nubente deve avere quasi in nuce seu in semine quella stessa sostanza del patto il cui impegno deve assumere con sincerità e serietà altrettanto essenziali.

      Dobbiamo senz'altro riconoscere che lo schema proposto dall'odierno canone 1095, anche se molto evoluto in considerazione dell’assenza quasi totale nel Codice precedente di una normativa positiva che regolasse le ipotesi d’incapacità, non può avere la pretesa di accogliere immediatamente tutti i casi  che si possano presentare in subiecta materia. E tanto più per il fatto che la stessa impostazione psicologica e psichiatrica non può fare a meno di certi criteri piuttosto morali, che richiedono da parte loro i maggiori e migliori punti di riferimento possibili.
      A proposito del primo numero del citato can. 1095 (difetto di sufficiente uso di ragione) che è senz’altro il più astratto e lontano dalla specificità matrimoniale, se non altro per la estrema genericità della sua espressione letterale, penso si debba esprimere il concetto in termini di responsabilità. A questo proposito mi è venuto di pensare al concetto romano di colpa e, corrispettivamente, di diligenza. In tale concetto – come ben saputo – si fa esplicito riferimento al pater familias, quasi prevenendo e illuminando le nostre riflessioni odierne. E’ vero che in quel caso il termine pater familias assume, perfino attraverso la sua configurazione arcaica, un significato quasi stereotipato – simile al nostro cittadino – e che può abbracciare persone e cose (schiavi, beni ….) oltre al nucleo ristretto della nostra famiglia; ma niente vieta che finalmente – si potrebbe pure dire – nel momento culturale attuale gli si restituisca il genuino significato, profondamente sincero ed umano nell’ambito della vera famiglia moderna. Rimaniamo comunque nella relazione diligenza-pater familias.
      E' vero che il difetto di diligenza si suppone in persona capace; e, per di più, tale riferimento al pater familias si congiunge con il concetto di colpa lieve, quasi ad escludere quella gravità che dobbiamo riconoscere propria alla causa invalidante il matrimonio. Ma nulla impedisce che categorie pensate per la responsabilità personale non servano alla configurazione di un concetto nell’apprezzamento del giudice per raggiungere una certezza morale in un negozio giuridico così grave come è il matrimonio. Immagino che la colpa grave non vada misurata solo per il difetto di attenzione prestata dal soggetto in abstracto; ma anche, e soprattutto, per la gravità dell’atto che è chiamato a realizzare: non è la stessa la diligenza esigibile e quindi la colpa rilevante nel responsabile di una azione leggera – un divertimento, pongo per caso – o di un impegno serio, come è per l'appunto il matrimonio. E' o non è esigibile a chi fa il matrimonio con la diligenza e la previdenza di un pater familias. Sempre nel dovuto rispetto alle deduzioni delle scienze antropologiche e alla certezza morale del giudice, penso che la risposta non possa essere che affermativa. E che nel caso presente la nozione non si limiti al suo significato analogico ma che recuperi tutta la proprietà e precisione che i termini trasmettono in sè stessi.
  
    
      Più facile, a mio avviso, riscontrare il bonum familiae nelle ipostesi di grave difetto di discrezione di giudizio (can. 1095, n. 2) e di incapacità psichica ad assumere i diritti e doveri essenziali del matrimonio (can. 1095, n. 3).
      In tutti e due i casi la legge prevede espressamente i diritti e doveri essenziali che mutuamente si devono scambiare tra i coniugi. La stessa formula adoperata dalla norma nella quale non si fa esplicita menzione dei tradizionali bona matrimonii più suscettibili di considerazione autonoma. Anche se mai possiamo allontanare dal matrimonio e dalla relazione interpersonale coniugale le proprietà essenziali della stessa, viene spontaneo collegare ad esse finalità ugualmente essenziali, come ha fatto già la giurisprudenza post-conciliare con il bene dei coniugi ed il consorzio di tutta la vita. Non vedo perché in una valutazione del loro insieme, ma anche in una attenzione specifica, la maturità, la responsabilità, la diligenza – per tornare al saggio criterio della ratio scripta ecc. – per fondare e condurre una famiglia non debbano essere tenute in conto nel delineare le note di una capacità per il matrimonio. Sommessamente penso che è troppo individuale l’attenzione alla ragione, la volontà e in generale alle cause di natura psichica con cui si affrontano, soprattutto da parte dei giudici questi casi d'incapacità, lasciando da parte risvolti relazioni, duali e perfino comunitari. E se è vero – come per forza lo è – che in origine tutte queste cause vanno ricercate nelle persone dei coniugi (poi parti processuali), non si può perdere di vista il bonum familiae e le sue esigenze nella struttura essenziale del matrimonio. Così oltre alla maturità e alla diligenza che prima abbiamo visto come caratteristiche del pater/mater familias, accompagnate ad una diversificazione sessuale, anche psicologica, come viene richiesto dalla necessaria bipolarità della famiglia e della prima educazione dei figli; l'empatia e la profonda sincerità e generosità dell’affetto sponsale e paterno/materno; i sindromi schizoidi e paranoidi con la corrispondente difficoltà di inserimento nel dialogo e nelle relazioni familiari; la simbiosi e il narcisismo... più portati a chiedere che a dare in una dinamica inversa a quella che si presuppone atta alla creazione e sviluppo di un focolare: caratteristiche tutte che senz’altro sono – implicitamente almeno – coinvolte nell’immagine che si ha di figure più generiche e complesse, come appunto maturità, discrezione di giudizio ..... , ma che in sè stesse presentano e richiedono una attenzione qualificata e specifica.  

Evidentemente rimangono ancora da esplorare molte e molto importanti ed interessanti idee, pure nel campo dottrinale e tecnico antropologico, che non possiamo oggi fare oggetto della nostra attenzione. A dire il vero, è uno sforzo di reimpostazione simile a quello avvenuto nelle cause di incapacità nei nn. 2-3 del can. 1095; o in quelle di esclusione a proposito del consorzio di tutta la vita o del bene dei coniugi. In questa, che per più di un verso è una Prolusione, dobbiamo accontentarci di quelle che hanno l’umile pretesa di aprire un cammino e balbettare le prime parole.
      Considero il problema molto più agevole nel campo dell'esclusione invalidante. E ciò per un doppio motivo, di ordine sostantivo e procedurale.
      
      In linea di merito disponiamo oggi di una formula aperta che contrasta fortemente con l’esigente precisione della disciplina precedente. Il can. 1101, infatti, considera termine dell’atto positivo di volontà gli elementi essenziali del matrimonio. E il Legislatore ha lasciato deliberatamente alla giurisprudenza il lavoro di precisare ulteriormente la figura di questi elementi essenziali da mettere accanto alle proprietà essenziali del patto.
      Una considerazione d’insieme avverte subito che la modificazione si è realizzata soprattutto nell’ambito delle finalità del matrimonio. E anche la eliminazione letterale dell’espressione ius ad coniugalem actum quasi viene ad eliminare la sottile distinzione suscitata nella disciplina precedente dalle sentenze c. De Jorio, se l’esclusione della prole è da mettersi in rapporto con le finalità del matrimonio mentre gli atti sessuali sarebbero il termine della relazione interpersonale tra i coniugi. Ma la questione che oggi ci interessa è la stretta vincolazione delle finalità: bonum coniugum - bonum prolis - bonum consortii, che non possono dare nel loro insieme altro risultato che il bonum familiae. E, pertanto, presupposta l'identificazione di questo bonum familiae, come abbiamo cercato di fare tanto nell’insieme dell’istituto come nelle aspirazioni (intenzioni) dei coniugi e nel modo humano ed esistenziale di realizzarle, ritroviamo nella famiglia un elemento essenziale del matrimonio poichè non possiamo pensare l’essenza della famiglia cristiana senza il matrimonio.
      Direi ancora più facile il risvolto procedurale del problema. Poichè è ben saputo che la prova dell’atto positivo di volontà deve essere per forza indiziaria o, nel linguaggio più prettamente canonico, attraverso presunzioni. Le quali vanno riconosciute tanto più efficaci quanto più sprovviste di equivocità. Senz’altro sono da considerare la mancanza di mentalità familiare, esplicitamente manifestata dal presunto escludente; l’accesso al matrimonio con deliberato rifiuto della stabilità e della prospettiva della creazione di un focolare; l’assenza di una rinuncia altrettanto esplicita di staccarsi dal nucleo familiare originario per costituire un altro autonomo; la carenza, conscia e voluta, di qualsiasi progetto che coinvolga l’altra parte e i possibili figli e la loro educazione…..
      Il bonum familiae si offre, come è ovvio, come passaggio intermedio verso altre e più classiche figure d’esclusione: della prole, della sua educazione, dell’indissolubilità, della fedeltà.... Ma non è detto che tutti questi risvolti non siano chiamati ad acquistare per sè stessi una certa consistenza ed autonomia in un ancora non troppo considerato bonum familiae.
      Va da sè che tali indizi devono strutturarsi attorno alle tipiche categorie della confessione del presunto escludente, causa dell'esclusione e circostanze del matrimonio che facciano non solo logico, ma probabile e perfino moralmente certo l’atto di esclusione. Da una parte, l’avvicinamento tra le cause d’incapacità e quelle di esclusione con la relativa applicazione dei criteri testè esposti; e, dall’altra, la specifica configurazione della famiglia come un istituto dai tratti chiari, determinati e determinanti, gioverà senz’altro a superare le possibili equivocità cui sempre sono soggette le prove indiziarie.
 

      Ancora due considerazioni complementari sul bonum familiae nelle cause di nullità di matrimonio.
      Mi riferisco ai casi, che potremmo chiamare tangenziali, di ignoranza (can. 1096), errore (can. 1097) e dolo (can. 1098), di per sè fuori dalle ipotesi di esclusione e d’incapacità, ma nei quali non sarebbe molto fuori luogo trovare un implicito – e neanche tanto – coinvolgimento dai risvolti familiari in queste fattispecie legali.
      Così, nell’ignoranza basterebbe mettere insieme la stabilità e l’ordinazione alla prole per intravedere, nemmeno tanto oscuramente, la figura della famiglia.  

      Nell’errore sull’identità della persona o su qualità directe e principaliter intentae (can. 1097) e dolo (can. 1098) su una qualità di per sé capace di turbare gravemente il consorzio coniugale: non c'è dubbio che il riferimento alla famiglia impone una presunzione (nel senso procedurale) di gravità e di intenzionalità nei nubendi che faciliterà la prova indiziaria.
      In quanto al dolo, lo stesso testo legale ci apre uno spiraglio quando nel canone sull’impotenza (can. 1084) fa espresso riferimento alla sterilità. Si tratterebbe di una possibile qualità suscettibile di essere oggetto di inganno rilevante nella nullità del patto; il che si può ben supporre per la frustrazione di un legittimo desiderio della creazione di un nucleo familiare completo con i rispettivi figli.

La seconda considerazione quasi si può leggere nell’aspettativa di tutti i presenti. Si tratta di nuovi capi di nullità, di aumentare le strade per riconoscere nulli patti forse solo falliti?
      La risposta, senz’altro importante e perfino molto importante, tenendo presenti le caratteristiche del nostro Ordinamento, va articolata intorno a più di una considerazione.
      La prima si riferisce all’origine delle norme applicabili nel caso. Che è certamente il diritto naturale, recepito o meno dal diritto positivo. Anche se la legge positiva ha il primato che le conferisce la sua chiarezza ed immediata normatività, il precetto naturale ha la maggiore forza della sua superiore legittimazione. In qualsiasi caso un’interpretazione del dettato positivo collegato con la legge naturale non può essere considerato se non come molto attinente all’istituto familiare.
      La seconda, al ruolo della Chiesa nei confronti del matrimonio. Nè la Chiesa stessa, e molto di meno i suoi ministri nelle diaconie magisteriali o giudiziarie, possono inventare nulla sull’essenza del patto coniugale, poiché si tratta di un dono soprannaturale e costituzionale che ci è stato affidato con la doppia missione di garanzia e chiarificazione, in nessun modo di cambiamento essenziale. Perciò ogni riflessione sul matrimonio va sottomessa al contrasto della rivelazione e del magistero. Ma, ritrovata vera si impone, con la forza della propria razionalità e armonia con il resto del messaggio divino, naturale e positivo, sul matrimonio
      La terza è una riflessione sul momento particolare che vive l’Ordinamento giuridico della Chiesa. Il quale non ha ancora assimilato fino in fondo quella vigorosa corrente d’ispirazione umana e cristiana primigenia che arriva dal Concilio Vaticano II e, per quanto concerne il matrimonio, dalla costituzione pastorale Gaudium et Spes. Come già prima abbiamo in qualche modo suggerito a proposito del consortium totius vitae o del bonum coniugum, il bonum familiae è alle porte e attende una recezione precisa e rigorosa che integri l’immagine di una rinnovata e più completa ricognizione canonica del patto nuziale.

(N.B.:  note biblografiche non inserite)

dal Palazzo Arcivescovile di Bari 
15 Marzo 2001

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