Tribunale  Ecclesiastico
Interdiocesano e di Appello Beneventano

 

Inaugurazione Anno Giudiziario 2000

e solenne celebrazione del 60° di attività

 

 



    



     Da sinistra:
     Mons. José M. Serrano Ruiz
     Mons. Serafino Sprovieri
     Mons. Elia Testa

 

PROLUSIONE

di
Mons.  José  María  Serrano  Ruiz
V. Decano Tribunale Rota Romana

 

La sacramentalità: segno di maturità cristiana ed

umana nel matrimionio canonico

 

-  omissis  -

       1. - E’ mia abitudine ogni volta che accolgo il molto apprezzato onore, e anche dovere, di collaborare, sebbene in forma simbolica e qualificata, nel ministero giudiziale di altri Tribunali della Chiesa santa, rivolgere un saluto riverente e grato alla Curia di giustizia che mi ospita: che è oggi la nobile e vetusta terra e Chiesa beneventana.
       Impresa a dir poco irraggiungibile – per di più ad uno straniero anche se solo di nascita e geografia – tratteggiare qui, pure a grandi pennellate, la gloriosa storia di quest’angolo del suolo italico, crogiuolo di tante e tanto gloriose tradizioni etniche, culturali e religiose, a cominciare da quella che, non vi nascondo, è stata una sorpresa per me: dell’origine beneventana di uno dei santi più popolari della Chiesa e che fu il vostro primo Vescovo. Alla vostra nobile storia non è estranea, per essere una in più tra molte e certo non insignificante, la mia patria spagnola.
       Ma fra le numerosissime, celebri e nascoste, gesta di santi e di valorosi guerrieri in grado pure di piegare l’arroganza di Roma sottomessa alle Forche Caudine, di aristocratici personaggi e di contadini provati e temprati dalle inclemenze del tempo e degli uomini, non posso esimermi, anzi lo trovo un’inescusabile obbligo e un confortante ricordo per me e per la mia propria esperienza esistenziale, non posso esimermi – dicevo – di evocare qui la mite figura e l’umile servizio alla Chiesa di un giudice e sacerdote eccezionale. E stata mia fortuna avere come collega – e ancor più come maestro e precettore, quasi vorrei dire pedagogo tanto era acerba la mia età in relazione al compito affidatomi – un vostro presbitero specchio di saggezza e sapienza, dolcezza e sensibilità, che per diversi anni ha presieduto il mio Turno rotale e dal quale ho imparato tanto non solo in scienza giuridica ma anche in virtù divine e umane. Senz’altro tutti avete scoperto nelle mie parole, l’immagine di Mons. Angelo di Felice, del clero di Cerreto Sannita, al quale queste mie parole di oggi vogliono essere un riconoscente omaggio di ammirazione e gratitudine.  

        2. - La sacramentalità del matrimonio canonico è un tema che si è imposto di prepotenza negli ultimi anni. Della qual cosa si potrebbero individuare diverse ragioni. La prima, e per noi molto coinvolgente e stimolante in quanto nata dal di dentro della stessa coscienza ecclesiale, una crescente scoperta da parte della Chiesa dell’esigente identità del matrimonio canonico. In forza della dottrina del Concilio Vaticano II, son cadute tante affermazioni generiche e tante analogie sfocate che più velavano che rivelavano la genuina identità del mistero cristiano dell’amore umano. Ancora il rispetto della società e della cultura attuale alle convinzioni religiose della persona umana, ribadito tra l’altro dalla stessa Sacra Assise che ha fortemente marcato e addirittura istituzionalizzato il pensiero e la vita della Chiesa negli ultimi anni. E’ infine questa medesima sensibilità odierna, rispettosa ed esigente di sincerità nello stesso tempo, che dà luogo ad un’offerta diversificata di modelli coniugali con la logica possibilità di modificare soggettivamente l’impegno assunto al di là delle formalità esterne.
        II matrimonio, con la sua infrastruttura di diritto naturale e di patto in sé completo già prima della sua elevazione all’ordine soprannaturale della sacramentalità (can. 1055), offre senz’altro tanti aspetti e così complessi a tutta questa problematica che non può meravigliare se di essa a un certo punto si è fatto luogo irrinunciabile di riflessione teologica e canonica.

        3. - La situazione che non poteva passare inosservata alla Giurisprudenza più ancora che alla speculazione teologica pura e perfino alla applicazione pastorale – in quanto sia lecito separare tutti questi versanti in una unica e salvifica missione della Chiesa – ha a che fare con una sintesi davvero singolare. Da una parte, la fedeltà scrupolosa al fatto concreto nella sua inquadratura esistenziale, anche sociologica e culturale, per di più incarnata in una realtà psicologica così intima e personale com’è il consenso coniugale; dall’altra, la ineluttabile necessità di affrontare il nucleo essenziale del matrimonio con risposte, che – se affermative – toccano la realtà sostanziale del patto.
       Ma proprio da questa constatazione nasce la prima premessa che ho voluto chiara perfino dal titolo di questa presentazione: la sacramentalità, segno di maturità cristiana ed umana del matrimonio cristiano. E’, ancora di più, se si vuole, la sacramentalità segno di maturità, umana e cristiana, del consenso matrimoniale canonico; cioè del matrimonio cristiano com’è, prima di essere messa in discussione la sua validità. Infatti, la nostra Giurisprudenza, tanto meritevole per tanti aspetti nello studio e nell’approfondimento del matrimonio, deve ammettere questa pregiudiziale di non poco conto: l’interesse per il patto frustrato e non immediatamente per il patto stesso. Donde l’attenzione si polarizza piuttosto sulla sua assenza che sulla sua presenza e valenza. Se a ciò si aggiunge, come è necessario fare, l’impostazione per dir così garantista e minimalista del processo matrimoniale, vedremo che nel processo le ipotesi di nullità non sono il primo passo ideale per aver a che fare con un concetto che di per sè suggerisce un riferimento a una realtà sacra e santa e, pertanto, in stretto collegamento con pensieri e proponimenti di una certa dignità e nobiltà, anzi di salvezza trascendente delle anime (can. 1752) e di perfezione cristiana.
        Con ciò non si vuol dire, nè si potrebbe, che non si debbano sostenere tutti i principi informatori del nostro ordinamento e, particolarmente come dicevamo, il favore del diritto che protegge il matrimonio e la conseguente validità giuridica di quel patto – forse in espressione minimale – di cui non si può dimostrare la certa invalidità.
       
Ma neanche è fuori posto notare che in buona misura la risposta della Giurisprudenza è una risposta procedurale e condizionata dalle circostanze in cui viene data. Ed è gia molto notare che è stata la stessa Giurisprudenza, senza attendere il sussidio della ricerca interdisciplinare, teologica, sociologica, morale….. – per forza meno pressata dalle esigenze del fatto – ad aiutare sè stessa nella scoperta ed applicazione esistenziale dell’essenza viva del matrimonio. Ma, ciò nonostante, siamo tenuti ad ammettere che il metodo ed il risultato dei mezzi procedurali possano oscurare quella prima e spoglia analisi del negozio coniugale così ricco di aspetti e note peculiarissime. Anzi, che questa impostazione iniziale, ispirata ma staccata dal pregiudizio giudiziale servirà non poco – Concilium Vaticanum II docet  – ad indirizzare e chiarificare il lavoro giudiziale, offrendo agli operatori del Diritto nei Tribunali ecclesiastici – Giudici, patroni, difensori del Vincolo.... – il quid quaerendum et probandum, le idee portanti e gli indizi più adeguati per dimostrarle; e ai Pastori la vera identità del patto matrimoniale, che si deve preparare, realizzare e vivere in accordo con le sue più genuine esigenze.

        4. - Ritorniamo, dunque, dopo quest’introduzione – tutt’altro che superflua – al nostro tema, che mette in relazione la maturità umana e cristiana con la sacramentalità del matrimonio.
       Una delle obiezioni cui viene incontro la riflessione canonica sulla sacramentalità del matrimonio è senz’altro la difficoltà ad isolare essa sacramentalità dal resto delle note specifiche del patto. Infatti, la sacramentalita, come dopo avremo occasione di approfondire più dettagliatamente, pervade tutto il matrimonio, elevato in toto prima di distinguere le sue caratteristiche fondamentali. Il che, lontano dall’essere una vera difficoltà, penso che a ben guardare è a tutto vantaggio del riconoscimento essenziale del matrimonio stesso, troppo mortificato da un’analisi eccessiva della dottrina e giurisprudenza canonica. Ed, infatti, la sacramentalità in quanto segno e simbolo che in re sacra non può non essere sorgente di grazia e, in quanto vincolata ad un’istituzione di Dio e ad una elevazione da parte di Gesù Cristo tra i misteri della Nuova Legge, pervade tutti gli elementi fondamentali del patto nuziale cristiano. E’ propria della fedeltà e dell’indissolubilita; si rispecchia anche nelle finalità del patto coniugale come il bene degli sposi e la loro fecondità e pure nella comunione di vita .…. II che, in qualche modo, giustifica la posizione di quanti già da tempo – come avremo occasione di vedere – sostengono l’identità del matrimonio con la sacramentalità, senza possibilità di scissione nemmeno teorica.
       
        5. - Ancora una peculiarità del Sacramento nuziale. Anche se normalmente nella amministrazione e ricezione di tutti i sacramenti bisogna fare i conti con le disposizioni del soggetto (e del ministro), mai come nel matrimonio queste disposizioni – nel linguaggio canonico: intenzioni – trovano un posto così importante e perfino soggetto a diversificazioni. Così possiamo distinguere tra una confezione nulla e altra valida e, ancora, un’altra ottimale o fruttuosa. E' evidente la distinzione tra le tre; e per quello che a noi interessa nell’ottica di un’impostazione garantista della validità e pertanto minimalista in ordine all’esistenza del patto, tra celebrazione valida che comporterebbe i requisiti fondamentali del consenso e altra desiderabile che per di più lo inserirebbe nella dinamica di crescita cristiana al di là della semplice esistenza. E ciò è dovuto al fatto che il matrimonio-sacramento senza perdere il suo carattere di grazia e dono soprannaturale (come il resto dei sacramenti) poggia – come abbiamo detto molte volte – ed integra nella sua essenza un fondamento umano come tale soggetto a imperfezioni che non si ravvisano negli altri.
       Nè la questione viene, almeno parzialmente, risolta con il documento della Commissione teologica internazionale del 6 dicembre 1977, nel quale si adoperano espressioni aperte a tutte le interpretazioni e si prospettano casi veramente estremi.

       
6. - Non è fuori posto dunque arrivare almeno a due conclusioni, a mio avviso interessanti sulla peculiare sacramentalità del matrimonio:
       - gli aspetti del matrimonio-sacramento, sebbene ricalcati su quelli che sono propri del matrimonio naturale (ed è ovvio che non poteva essere diversamente), hanno una propria consistenza mistico-religiosa che comunica all’elevazione all’ordine trascendente della grazia una certa identità, che le e propria e necessaria;
       - nell’organismo della grazia in cui puntualmente si riflette il dinamismo vitale della persona attraverso il numero e la successione dei misteri cristiani, il matrimonio appartiene a quella categoria di segni visibili della salvezza che, per aver superato il livello dell’iniziazione non solo religiosa ma anche umana, comportano una decisione adulta della volontà autonoma e pertanto un intervento conscio e responsabile della persona.
       Non in modo diverso la maturità, se vogliamo psicologica o umana, dei nubendi. Che, in quanto specifica delle persone consenzienti, va focalizzata alle caratteristiche del matrimonio: mature devono essere la fedeltà e l’indissolubilita; il bene dei coniugi e la genitorialità responsabile, il consorzio di tutta la vita. Questa maturità scaturisce dalla radice stessa del matrimonio-patto, un darsi e accettarsi totale dei coniugi che allontana e seppellisce, almeno nell’intenzione e nel progetto, l’egoismo proprio dell’immaturità.
       E di questa maturità radicale o – se si vuole – disposizione globale al matrimonio prima di applicarla ai diversi aspetti del patto alla quale dobbiamo far riferimento. Di essa si occupano normalmente i periti nelle loro relazioni ed ad essa è necessario pensare quando si tratta di una opzione della portata e trascendenza del matrimonio, anche come sacramento.        Non possiamo trattenerci oltre in questa esposizione circa la contestuale esigenza di maturità per il matrimonio naturale e per il mistero nuziale cristiano, in quanto che essa è solo un passo nello sforzo di identificazione e riconoscimento del patto nuziale cristiano. Anche se, come abbiamo sottolineato all’inizio, si tratta di un punto di partenza non poche volte trascurato nella struttura stessa del matrimonio, antecedente a qualsiasi questione di nullità e che non di meno va sempre tenuto presente in quanto riferimento obbligato di qualsiasi questione si susciti sull’essere o non essere del matrimonio.
       Tenendola dunque ben presente, ammettiamo adesso che nelle nostre controversie giudiziarie il problema della sacramentalità del matrimonio, o piuttosto del suo difetto invalidante, si sia ricondotto sempre alla sua esclusione: o totale, nei casi nei quali si è difesa la posizione di una assoluta identificazione della sacramentalità con la natura stessa del matrimonio; o parziale, quando si è notato che la sacramentalità è, alla pari con le altre note essenziali del matrimonio, suscettibile di considerazione autonoma. C’è stato pure un intento di arricchire le prospettive con il riferimento all’errore; ma forse si potrebbe trattare di una vera esclusione, almeno implicita, soprattutto quando oggi la legge (can. 1099) collega cosi strettamente l’errore con l’atto di volontà.
       
       7. - Prima di abbandonare l’impostazione dell’assenza della sacramentalità dal matrimonio come un’ipotesi di esclusione invalidante del patto nuziale cristiano, voluta o rifiutata – come dal resto corrisponde ad una opzione matura –, cerchiamo di ricondurre la riflessione alla nostra impostazione iniziale, fermiamoci un momento sulla approssimazione tra esclusione ed incapacità.
       Non si tratta ora direttamente di affrontare la vecchia questione circa dell’incompatibilità tra le due radici della nullità del matrimonio – questione, a mio parere, ancora molto aperta ad ulteriori approfondimenti – ma semplicemente di attendere alla valenza dell’atto del consenso, alla sua identità, alla sua presenza o assenza, qualsiasi sia la causa dalla quale possa arrivare l’effetto o il difetto sostanziale.
       E cioè è mio intendimento che in qualsiasi ipotesi il consenso matrimoniale canonico ha un suo valore specifico ed una identità che le è propria e che può e deve riconoscersi presente o assente a prescindere dalle cause da cui si deduca tale presenza o assenza. Ragione per la quale, se la nostra riflessione, aiutata dal parere degli esperti, è arrivata nelle cause d’incapacità alla conclusione che ci sono difetti di natura – incapacità appunto – che possono invalidare un consenso matrimoniale, la stessa conclusione dovrà essere pur valida quando il difetto non arrivi dalla natura ma dalla più o meno deliberata volontà del soggetto (errore, esclusione, dolo, condizione....) o di fattori ad esso esterni (coazione). L’effetto, di per sè, fa astrazione dalla causa ed essendo il consenso frutto di un atto di volontà, dovremmo ammettere che questo possa fallire o in origine, per incapacità, o in prossimità del suo effetto per più o meno espressa deliberazione del consenziente. Con ciò non vogliamo aprire necessariamente il campo delle ipotesi di incapacità; bensì fare attenzione agli indizi che si potrebbero riscontrare nelle cause di esclusione.
       La difficoltà di applicare i criteri delle caratteristiche della capacità ai casi di presenza o assenza di sacramentalità arrivano da una duplice origine:
       - da una una parte distinguere le note di una capacita sacramentale come diversa da una capacita naturale, che, dopo tutto, si offre solo come termine di elevazione;
       - dall’altra, puntualizzare ‘diritti’ e ‘doveri’ specifici della sacramentalità coniugale da servire da connotato alla corrispondente capacità.
       In quanto alla prima, si è insistito molto nel difetto di fede, specialmente se persa. E’ vero che la fede, inizio della giustificazione, è dono di Dio; ma è altrettanto vero che la fede nell’adulto richiede una disposizione e una risposta. Lasciando da parte il mistero di chi non è capace di credere per impossibilità di obsequium razionale, che dobbiamo per forza lasciare alla misericordia di Dio, chi non vuole credere nel fare il matrimonio e nell’assumere i diritti e doveri essenziali del patto coniugale, che almeno implicitamente hanno questo aspetto religioso, possiamo dire che non fa il matrimonio-sacramento.
       In quanto ai diritti e doveri coniugali propri della sacramentalità, penso che ancora non si sia riflettuto abbastanza sull’argomento. Perciò, anch’io potrei essere d’accordo con la critica del Burke a Faltin sull’identificazione degli stessi; ma mi permetto di dissentire dallo stesso Burke quando decisamente afferma che come tali non esistono. Quella maturità naturale richiesta come necessaria nel patto umano è rispecchiata – come abbiamo visto – in tutti gli aspetti fondamentali del matrimonio altresì naturale, corre parallelamente a una maturità cristiana che oltre al dono di Dio richiama l’atteggiamento di accettazione dell’uomo nei limiti delle sue possibilità e della sua disponibilità.
       Le possibilità si esprimono attraverso una capacità che le renda effettivamente possibili: nè basta il battesimo come non basta l’esistenza per vivere una vita adulta.
       La disponibilità richiede un’attenzione ed un’intenzione nel momento del patto, che si sa e se vuole cristiano. Dentro quella maturità globale o radicale, cui facevamo riferimento nell’analisi positiva del patto coniugale, si deve inserire dunque l’aspetto religioso come dono di Dio non rifiutato. E ciò tanto in linea di capacità quanto in forma di intenzione magari, solo implicita.

 8.  - In due occasioni ho avuto l’opportunità di affrontare il tema della nullità di matrimonio per esclusione della sacramentalità. In una di esse mi sono reso conto che il punto focale era molto vicino all’incapacità, per cui ho insistito nel carattere di maturità del sacramento del matrimonio cristiano in rapporto agli altri misteri di iniziazione nella fede. Nell’altra – ed è quasi provvidenziale ricordarlo qui ed adesso poichè si tratta di una causa Beneventana – si è insistito piuttosto nell’esclusione implicita per mancanza di adesione personale al sacramento cristiano. Ma in tutte e due è stato punto di speciale attenzione la necessità che il nubente faccia suo il patto: perchè essendo persona e autore dei suoi atti – e molto particolarmente di quelli che lo impegnano di più – e rifiutando, quindi, la sacramentalità dalla sua alleanza nuziale la priva di un aspetto fondamentale. E cioè tale aspetto non è personale in lui e, conseguentemente, spoglia il suo impegno della sua genuina esistenza.
       Le riflessioni che precedono vogliono essere non in contraddizione con la dottrina e la giurisprudenza finora comuni, ma piuttosto una questione di approfondimento del problema e magari un ulteriore contributo sulla via di una soluzione o almeno chiarificazione.
       La mia prende le mosse dai risultati cui è pervenuta una premurosa attenzione all’infrastruttura del matrimonio nelle cause d’incapacità. E non scarta la possibilità di applicare gli stessi criteri all’organismo spirituale dei misteri cristiani ed in concreto del matrimonio. Gli stessi risultati poi cerca di avvicinarli ai presupposti dell’esclusione, con il ben fondato – credo – ragionamento, che il consenso matrimoniale è sempre lo stesso qualunque sia l’origine – naturale, deliberato – del suo essere o non-essere.

      9.  - Rimangono ancora questioni aperte:
      - Prima fra tutte la esigente e asciutta identificazione del can. 1055 § 2 tra matrimonio valido e sacramento. La quale di per sè potrebbe funzionare anche viceversa: cioè senza sacramento non c’è matrimonio valido.
       - Poi la possibile caratterizzazione dei valori naturali del matrimonio come praeambula fidei ad coniugium che pertanto potrebbero soddisfare la validità anche se non la pienezza del mistero cristiano.
       - Infine la rilevanza che possa avere per la Chiesa un possibile matrimonio non-sacramentale fatto con retta intenzione e che può dare origine a molto forti relazioni interpersonali e familiari.
      Prima di finire non vorrei fosse dimentica la mia intenzione iniziale che questa lezione servisse non solo per le applicazioni forensi nei casi dei matrimoni nulli o patologici, ma – e soprattutto – per aiutare la preparazione e le disposizioni di quanti fedeli discepoli del Signore vogliono seguirlo da vicino nel suo mistero di amore, divino e umano, che è il sacramento nuziale. A tanto, ancora una volta, li esorta il sublime magistero del Concilio Vaticano II: “Tante volte ai promessi sposi e ai coniugi la parola di Dio invita a coltivare e aumentare con casto amore il fidanzamento e con indiviso amore il matrimonio.

(N.B.:  note biblografiche non inserite)

       dal Palazzo Arcivescovile di Benevento
                            2 marzo 2000  

 

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